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Hezbollah spara da una chiesa e Israele chiede conto al Vaticano

Dopo la morte del comandante Itamar Sapir il rav Eliezer Simcha Weiss scrive a papa Leone XIV e accusa il silenzio della Santa Sede sull’uso terroristico dei luoghi di culto

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Hezbollah spara da una chiesa e Israele chiede conto al Vaticano

La morte del comandante israeliano Itamar Sapir rischia di aprire un nuovo fronte politico e morale fra Israele e il Vaticano, perché secondo quanto denunciato dal rav Eliezer Simcha Weiss, membro del Consiglio del Gran Rabbinato d’Israele, i miliziani di Hezbollah che hanno aperto il fuoco contro le forze israeliane operavano dall’interno di una chiesa cattolica nel Libano meridionale, sfruttando deliberatamente la riluttanza dell’esercito israeliano a colpire un edificio religioso.

Per questo il rav Weiss ha indirizzato una lettera aperta a papa Leone XIV chiedendo una condanna “chiara, esplicita e senza ambiguità” dell’utilizzo di luoghi di culto a fini militari e terroristici. Una richiesta che arriva in un momento già delicatissimo nei rapporti fra Gerusalemme e la Santa Sede, segnati negli ultimi mesi dalle tensioni legate alla guerra di Gaza, alle vittime civili palestinesi e alle accuse rivolte a Israele da ampi settori del mondo cattolico internazionale.

Nella lettera il rabbino israeliano parla di “silenzio assordante” del Vaticano davanti all’uso di edifici religiosi come postazioni operative da parte di Hezbollah e sottolinea una contraddizione che, dal punto di vista israeliano, appare sempre più difficile da ignorare. Pochi mesi fa infatti il Vaticano aveva ribadito, nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace del 2026, che i luoghi di culto devono essere preservati come spazi di pace, protezione e riconciliazione. Weiss sostiene invece che proprio quella sacralità sia stata trasformata in uno scudo tattico da Hezbollah.
Secondo il rabbino, le forze israeliane si sarebbero volontariamente astenute dal colpire la chiesa proprio per rispetto del luogo sacro e Hezbollah avrebbe sfruttato quella cautela morale per aprire il fuoco contro i soldati israeliani. Nell’attacco è morto Itamar Sapir, ufficiale molto conosciuto all’interno delle unità operative dispiegate sul fronte settentrionale.

La questione tocca uno dei nodi più sensibili delle guerre combattute da Israele contro Hamas e Hezbollah. Da anni lo Stato ebraico accusa le organizzazioni jihadiste di utilizzare ospedali, scuole, moschee, abitazioni civili e strutture religiose come depositi di armi, centri di comando o punti di lancio, contando sul fatto che l’esercito israeliano esiti a colpire siti sensibili per evitare vittime civili e danni simbolicamente devastanti. Israele sostiene inoltre che proprio questa strategia permetta ai gruppi armati di trasformare la protezione internazionale dei civili in uno strumento militare.

Nella lettera Weiss ricorda anche di avere in passato espresso pubblicamente rammarico e scuse quando erano emerse accuse di danni provocati da Tsahal contro edifici religiosi. Un passaggio importante, perché il rabbino cerca chiaramente di collocare la sua denuncia dentro una logica di reciprocità morale e di rispetto interreligioso. “Un edificio religioso che consente, con il proprio silenzio o consenso, l’introduzione di armi e l’apertura del fuoco”, scrive, “perde immediatamente il proprio status di neutralità”.

È una formulazione destinata a suscitare forti polemiche. Per il Vaticano e per molte organizzazioni internazionali, infatti, la protezione dei luoghi di culto resta un principio assoluto quasi indipendentemente dal contesto militare. Dal punto di vista israeliano, invece, il problema riguarda il modo in cui Hezbollah e Hamas utilizzano proprio quel principio come leva tattica.

Sul piano politico la lettera arriva in una fase delicata anche per il nuovo pontefice. Papa Leone XIV, eletto da poche settimane, eredita una relazione complicata con Israele e una Chiesa cattolica profondamente attraversata da sensibilità divergenti sul Medio Oriente. Da una parte esiste una forte pressione del mondo cattolico arabo e progressista affinché il Vaticano aumenti le critiche verso Israele; dall’altra cresce la preoccupazione per l’espansione dell’islamismo armato in Medio Oriente e per la sopravvivenza delle comunità cristiane nella regione.

Per ora dal Vaticano non è arrivata alcuna risposta ufficiale alla lettera del rav Weiss. Però la questione sollevata dal rabbino israeliano contiene un interrogativo che va oltre il singolo episodio militare: cosa accade quando un luogo consacrato alla preghiera diventa parte attiva di un conflitto armato e fino a che punto il suo status sacro continua a proteggerlo?