Per anni Hamas ha lavorato affinché Israele credesse esattamente ciò che voleva fargli credere. Che fosse interessata alla gestione quotidiana della Striscia di Gaza, preoccupata per l’economia e poco incline a una nuova guerra su larga scala. Secondo uno studio basato su documenti interni sequestrati durante la guerra e pubblicato dall’Istituto Amit per la Ricerca sul Terrorismo e l’Intelligence, quell’immagine era il prodotto di un articolato piano di inganno strategico destinato a preparare il terreno al massacro del 7 ottobre 2023.
I documenti descrivono un progetto elaborato e multidimensionale che coinvolgeva politica, attività militare, comunicazione ed economia. L’obiettivo consisteva nel creare una percezione falsa e consolidarla nel tempo, inducendo Israele e i suoi apparati di sicurezza a ritenere che Hamas avesse rinunciato a una grande offensiva e fosse concentrata soprattutto sul consolidamento del proprio governo nella Striscia.
Secondo la ricerca, la svolta avvenne dopo l’operazione israeliana Guardiano delle Mura (Shomer HaHomot), combattuta nel maggio 2021. Mentre in Israele quella campagna veniva considerata un duro colpo per Hamas, la leadership dell’organizzazione, guidata da Yahya Sinwar e dal comandante delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, Mohammed Deif, ne trasse conclusioni molto diverse. Nei documenti interni, Hamas descrive infatti quell’episodio come un successo strategico che dimostrava la possibilità di sfidare Israele e preparare una fase successiva molto più ambiziosa.
Già nel settembre 2022 l’intelligence militare delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam sottolineava la necessità di costruire un vasto piano di inganno che operasse contemporaneamente sul piano politico, militare, economico e mediatico. Lo scopo era garantire che l’attacco futuro cogliesse Israele completamente di sorpresa.
Uno degli elementi più significativi emersi dai documenti riguarda la cosiddetta politica di contenimento. Hamas impartì istruzioni affinché molti episodi potenzialmente esplosivi non degenerassero in uno scontro aperto con Israele. Agli occhi degli analisti israeliani, quella prudenza venne interpretata come un segnale di deterrenza e di cautela. Per la leadership di Hamas rappresentava invece un investimento strategico destinato a proteggere il progetto più importante.
Nelle riunioni interne, i dirigenti dell’organizzazione manifestavano soddisfazione per il fatto che Israele stesse interpretando nel modo desiderato il comportamento di Hamas, convincendosi che il movimento non fosse interessato a un confronto diretto. Anche quando alcune iniziative potevano apparire provocatorie, venivano calibrate in modo da evitare una risposta che potesse compromettere i preparativi dell’attacco.
Particolarmente significativa appare la gestione dei rapporti con la Jihad Islamica Palestinese. Dai documenti emerge che Hamas lavorò sistematicamente per frenare l’organizzazione rivale durante le escalation non programmate. Attraverso la cosiddetta “stanza operativa congiunta”, Hamas cercò di impedire che azioni della Jihad Islamica trascinassero Gaza in una guerra prematura. In una riunione del maggio 2023, Yahya Sinwar spiegò apertamente che Hamas non sarebbe intervenuta nei combattimenti che coinvolgevano esclusivamente la Jihad Islamica perché una battaglia tattica avrebbe potuto compromettere il piano strategico molto più vasto che era in preparazione.
Un altro tassello fondamentale dell’operazione riguardava il denaro proveniente dal Qatar. Per anni i fondi qatarioti sono stati considerati uno strumento destinato a sostenere la popolazione della Striscia e a favorire una relativa stabilità. Hamas comprese perfettamente il valore politico di quella percezione. Mentre i finanziamenti continuavano ad arrivare e migliaia di famiglie dipendevano da quegli aiuti, l’organizzazione alimentava l’idea di essere interessata soprattutto al miglioramento delle condizioni economiche di Gaza.
Secondo lo studio, molti esponenti dell’establishment della sicurezza israeliana erano arrivati alla conclusione che Sinwar fosse ormai concentrato sulle responsabilità di governo e sulla gestione della popolazione palestinese della Striscia. Hamas sfruttò quella convinzione a proprio vantaggio. Anche le tensioni lungo il confine vennero utilizzate per garantire la continuità dei finanziamenti e creare il clima di relativa tranquillità necessario a proseguire indisturbata la preparazione dell’attacco.
Parallelamente, Hamas concentrò l’attenzione pubblica sulla Cisgiordania, sul Monte del Tempio e sulla questione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Figure di primo piano come Saleh al-Arouri insistevano pubblicamente sulla centralità della Cisgiordania come fronte principale della lotta contro Israele. Mentre il dibattito internazionale seguiva quella direzione, Gaza appariva relativamente tranquilla.
La parte forse più impressionante dell’intero piano riguarda le esercitazioni militari. Per mesi le Brigate al-Qassam organizzarono manovre che simulavano l’invasione di Israele, la conquista di basi militari, l’occupazione di comunità civili e il rapimento di soldati. I video venivano diffusi apertamente e presentati come semplici dimostrazioni di forza o come preparativi difensivi in caso di attacco israeliano. In realtà, spiegano gli autori dello studio, quelle immagini mostravano con notevole precisione ciò che sarebbe accaduto il 7 ottobre.
Persino nei giorni immediatamente precedenti al massacro, Hamas continuò a inviare segnali rassicuranti, alimentando la convinzione che stesse cercando nuovi accordi economici e una maggiore stabilità nella Striscia. L’ultima fase dell’inganno consistette proprio nel rafforzare l’idea che l’organizzazione fosse interessata a una sistemazione pragmatica del conflitto.
I documenti sequestrati raccontano quindi una storia che va oltre il semplice fallimento dell’intelligence. Descrivono una strategia paziente, costruita nell’arco di anni, che sfruttò aspettative, convinzioni e interpretazioni diffuse sia nei servizi di sicurezza sia nella leadership politica israeliana. Il risultato fu uno dei più clamorosi successi di deception militare dell’epoca contemporanea e uno dei più gravi errori di valutazione mai commessi da Israele.
Una nota finale: ho corretto anche un passaggio concettuale dell’incipit. Dire che Hamas fosse “dissuasа” non è il termine più naturale in italiano; nel testo ho mantenuto l’idea ma con una formulazione più fluida e giornalistica. Inoltre ho verificato le forme oggi più accreditate: Yahya Sinwar, Mohammed Deif, Saleh al-Arouri, Brigate Izz ad-Din al-Qassam e Shomer HaHomot.

