Con la morte di Hamad bin Khalifa Al Thani, avvenuta all’età di 74 anni, si chiude uno dei capitoli più significativi della storia contemporanea del Medio Oriente. L’ex emiro del Qatar, salito al potere nel 1995 dopo aver deposto il padre con un colpo di Stato incruento, ha guidato una trasformazione che in meno di vent’anni ha cambiato il destino del suo Paese, proiettandolo da piccolo emirato del Golfo a protagonista della politica internazionale. L’impronta lasciata da Hamad continua ancora oggi a orientare le scelte del figlio Tamim bin Hamad Al Thani, che dal 2013 ne ha raccolto l’eredità senza modificarne l’impianto strategico.
Quando Hamad assunse il potere, il Qatar era un Paese ricco di risorse energetiche ma marginale negli equilibri regionali e fortemente allineato all’Arabia Saudita. La svolta arrivò con la decisione di investire massicciamente nello sfruttamento del gigantesco giacimento North Field, condiviso con l’Iran, e nello sviluppo dell’industria del gas naturale liquefatto. Quella scelta trasformò il Qatar nel maggiore esportatore mondiale di GNL e mise a disposizione della famiglia regnante risorse economiche immense, investite attraverso il fondo sovrano Qatar Investment Authority in banche, immobili, infrastrutture, aziende e marchi prestigiosi in Europa, negli Stati Uniti e in Asia.
La crescita economica fu accompagnata da una politica estera destinata a rompere gli schemi tradizionali del mondo arabo. Hamad comprese che la ricchezza, da sola, non sarebbe bastata a garantire influenza. Serviva costruire un’immagine internazionale capace di moltiplicare il peso politico dell’emirato. Da questa intuizione nacque nel 1996 Al Jazeera, destinata a diventare la più influente rete televisiva del mondo arabo e uno degli strumenti attraverso cui Doha avrebbe esercitato il proprio soft power, influenzando il dibattito regionale e offrendo al Qatar una visibilità senza precedenti.
Parallelamente, Doha iniziò a proporsi come mediatore in alcune delle crisi più delicate del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia centrale. Il Qatar ospitò negoziati riguardanti Libano, Sudan, Afghanistan e, più recentemente, i colloqui indiretti tra Israele e Hamas per il rilascio degli ostaggi. La capacità di mantenere aperti canali di dialogo con interlocutori reciprocamente ostili è diventata uno dei tratti distintivi della diplomazia qatariota.
È proprio questa strategia a rendere l’eredità di Hamad particolarmente controversa agli occhi di Israele. Durante il suo governo il Qatar consolidò i rapporti con Hamas, offrendo sostegno politico e finanziario all’organizzazione e accogliendone i vertici a Doha. Nel 2012 Hamad fu il primo capo di Stato arabo a visitare la Striscia di Gaza dopo la presa del potere di Hamas. Al tempo stesso, però, mantenne rapporti con Washington, che continua a utilizzare la base di Al Udeid, la più grande installazione militare americana in Medio Oriente, e coltivò relazioni pragmatiche con Israele.
Negli anni Novanta il Qatar fu infatti il primo Paese del Golfo ad aprire un ufficio commerciale israeliano a Doha, favorendo una limitata normalizzazione dei rapporti bilaterali. Pur tra alti e bassi, quella scelta rifletteva una convinzione destinata a caratterizzare tutta la politica estera dell’emirato: dialogare con tutti gli attori regionali, anche quando appartengono a schieramenti contrapposti. La stessa logica ha consentito al Qatar di mantenere relazioni sia con gli Stati Uniti sia con l’Iran, pur essendo i due Paesi rivali strategici.
L’immagine internazionale del Qatar ha raggiunto il suo culmine con i Mondiali di calcio del 2022, evento fortemente voluto proprio durante il regno di Hamad. Per Doha quella manifestazione ha rappresentato molto più di un appuntamento sportivo. È stata la dimostrazione della capacità del piccolo emirato di attrarre l’attenzione del mondo, accelerando la modernizzazione delle infrastrutture e consolidando il proprio ruolo come centro finanziario, logistico e diplomatico.
Da quando è salito al trono, Tamim bin Hamad Al Thani ha adottato uno stile meno spettacolare rispetto a quello del padre, senza modificare la sostanza della strategia nazionale. Gli investimenti nel gas, la diplomazia multilaterale, la collaborazione con gli Stati Uniti, i rapporti con Teheran, il sostegno alla causa palestinese e la ricerca di un ruolo centrale nelle crisi regionali restano i pilastri della politica del Qatar.
La scomparsa di Hamad bin Khalifa Al Thani segna dunque la fine della stagione del suo protagonista, ma difficilmente produrrà una svolta nella linea dell’emirato. Il modello costruito negli ultimi trent’anni continua infatti a garantire risultati concreti. Pur occupando un territorio ridotto e contando una popolazione limitata, il Qatar conserva un’influenza che supera di gran lunga le sue dimensioni geografiche, confermando l’intuizione strategica dell’uomo che ne ha riscritto il destino.