Ebbene sì, degli Houthi abbiamo già parlato. Era inevitabile: da quando hanno cominciato a lanciare missili contro Israele e ad attaccare le navi nel Mar Rosso, questi guerriglieri yemeniti sono entrati stabilmente nella guerra mediorientale. Adesso, però, qualcosa è cambiato. Gli Houthi sono saliti ai primissimi posti nella graduatoria delle minacce strategiche della regione. E per capire perché bisogna anzitutto liberarsi dell’immagine di una banda di fanatici nascosta tra le montagne dello Yemen.
Il loro vero nome è Ansar Allah, “Partigiani di Dio”. Nascono negli anni Novanta nel nord dello Yemen all’interno della comunità zaydita, ramo dell’Islam sciita storicamente radicato nel Paese. Prendono il nome dalla famiglia Houthi e, dopo anni di guerre contro il governo centrale, nel 2014 conquistano Sana’a. Da allora controllano la capitale e una parte decisiva dello Yemen, trasformandosi progressivamente da movimento insurrezionale in una struttura politico-militare dotata di missili balistici, missili antinave, droni e apparati di intelligence.
Al vertice c’è Abdul-Malik al-Houthi, poco più che quarantenne, personaggio elusivo, raramente visibile fuori dai suoi messaggi televisivi. È lui il capo politico, religioso e militare del movimento. Sotto la sua guida gli Houthi hanno resistito per anni alla potenza militare dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati, sopravvivendo poi ai bombardamenti americani, britannici e israeliani. Nel settembre 2026 hanno compiuto un ulteriore salto, avanzando lungo la costa yemenita del Mar Rosso e rafforzando la propria capacità di minacciare Bab el-Mandeb, lo stretto attraverso il quale passa una delle arterie fondamentali del commercio mondiale.
Dietro di loro c’è l’Iran. Armi, tecnologia, addestramento, intelligence e assistenza dei Pasdaran hanno contribuito in maniera determinante alla trasformazione del movimento. Nel 2025 le forze governative yemenite intercettarono persino un carico di circa 750 tonnellate di armi e componenti destinati agli Houthi. Teheran ha trovato nello Yemen qualcosa di straordinariamente prezioso: un alleato capace di colpire Israele, minacciare l’Arabia Saudita e condizionare il traffico marittimo mantenendo formalmente la distanza dell’Iran dal campo di battaglia.
Alleato, però, è una parola più precisa di burattino. Gli Houthi hanno una loro ideologia, una loro base sociale e soprattutto un progetto di potere yemenita. Il rapporto con Teheran è strettissimo, senza ridursi necessariamente a una catena di comando nella quale ogni missile parte dopo una telefonata iraniana. È proprio questa relativa autonomia a renderli ancora più difficili da controllare.
Il loro slogan dice molto: «Dio è grande, morte all’America, morte a Israele, maledizione sugli ebrei, vittoria all’Islam». La guerra contro Israele viene presentata come sostegno ai palestinesi, ma il progetto degli Houthi è più vasto: consolidare il dominio sullo Yemen, diventare una potenza regionale e fare del controllo delle rotte marittime uno strumento politico e militare. Ed eccoci al punto più inquietante. Perché sembrano invincibili?
Perché per sconfiggerli non basta bombardare. Le montagne yemenite permettono di nascondere uomini, depositi, missili e droni; anni di guerra hanno creato una forza temprata e ideologizzata; l’Iran continua a fornire competenze e materiali; i loro avversari yemeniti sono frammentati. Secondo Associated Press, le loro forze sarebbero passate da circa 30 mila uomini nel 2015 a centinaia di migliaia. E soprattutto possiedono una leva sproporzionata rispetto alla loro dimensione. Non devono conquistare Riyadh, Tel Aviv o Washington. È sufficiente che rendano insicuro Bab el-Mandeb. Una manciata di droni relativamente economici e di missili antinave può costringere navi mercantili da centinaia di milioni di dollari a cambiare rotta, mobilitare flotte occidentali e incidere sui costi dell’energia e delle merci.
Qui sta la metamorfosi. Un movimento nato nelle montagne dello Yemen è diventato capace di premere con un dito sulla giugulare del commercio internazionale. E oggi, mentre l’Iran esercita la propria pressione sullo Stretto di Hormuz e gli Houthi si affacciano sempre più minacciosamente su Bab el-Mandeb, le due porte marittime del Medio Oriente possono trasformarsi in una gigantesca tenaglia. È questo il nuovo pericolo-monstre. Gli Houthi hanno scoperto che nel mondo globalizzato non serve essere una superpotenza per tenere sotto scacco le superpotenze. Basta sapere dove mettere il coltello.