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Gaza, otto “giornalisti” cancellati dalle liste del CPJ e si riapre il caso dei reporter legati ai gruppi armati

Il Committee to Protect Journalists rimuove otto nomi dal conteggio delle vittime perché coinvolti in attività di combattimento

Paolo Montesi

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Gaza, otto “giornalisti” cancellati dalle liste del CPJ e si riapre il caso dei reporter legati ai gruppi armati

Per oltre un anno quei nomi hanno contribuito a costruire una delle accuse più gravi rivolte a Israele durante la guerra di Gaza. Erano stati inseriti nelle liste dei giornalisti uccisi nel conflitto, erano entrati nei rapporti delle organizzazioni internazionali e nelle statistiche citate da media, governi e associazioni per la libertà di stampa. Oggi otto di quei nomi sono stati rimossi dal database del Committee to Protect Journalists (CPJ), una delle organizzazioni più autorevoli al mondo nel monitoraggio delle violazioni contro i giornalisti.

La correzione, pubblicata il 2 giugno senza particolare evidenza mediatica, ha riacceso una controversia che accompagna il conflitto sin dal 7 ottobre 2023. Secondo il CPJ, ulteriori verifiche e nuove indagini hanno portato alla conclusione che otto palestinesi precedentemente classificati come giornalisti avevano in realtà partecipato ad attività di combattimento. Una circostanza che, secondo il diritto internazionale umanitario e gli stessi criteri dell’organizzazione, fa decadere la protezione speciale riconosciuta ai giornalisti in zona di guerra.

I nomi rimossi sono quelli di Mohamed Manhal Abu Armanah, Mohamed Naser Abu Huwaidi, Yacoup Al-Borsh, Rizq Abu Shakian, Maisara Ahmed Salah, Mahdi Al-Mamluk, Mustafa Bahr e Abdullah Darwish. La decisione è stata segnalata e rilanciata da Salo Aizenberg, ricercatore indipendente e membro del consiglio di amministrazione di HonestReporting, organizzazione che da anni monitora la copertura mediatica del conflitto israelo-palestinese.

Aizenberg sostiene che il caso sollevi interrogativi rilevanti sul modo in cui sono state compilate le liste delle vittime tra gli operatori dell’informazione a Gaza. Secondo il ricercatore, il CPJ ha pubblicato dall’inizio della guerra oltre cento comunicati, rapporti e dichiarazioni molto critici nei confronti di Israele senza affrontare in maniera adeguata il tema dell’eventuale utilizzo di coperture giornalistiche da parte di membri di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese.

La questione è particolarmente delicata perché i numeri relativi ai giornalisti uccisi sono diventati uno degli elementi centrali del dibattito internazionale sul conflitto. Il CPJ continua infatti a descrivere la guerra di Gaza come il conflitto più letale mai documentato dall’organizzazione per gli operatori dell’informazione. Proprio per questo motivo ogni modifica ai criteri di classificazione assume un peso politico e mediatico considerevole.

Nel proprio aggiornamento il Committee to Protect Journalists ha precisato che un nome può essere rimosso dalle statistiche quando emergono prove che la persona non fosse un giornalista, non esercitasse effettivamente quella professione al momento della morte oppure fosse direttamente coinvolta nelle ostilità. Oltre agli otto casi legati ad attività di combattimento, l’organizzazione ha corretto anche altre schede dopo avere verificato che alcune persone erano sopravvissute, non lavoravano nel settore dei media oppure non soddisfacevano la definizione adottata dal CPJ.

Il tema non nasce oggi. Israele sostiene da anni che Hamas e la Jihad Islamica abbiano utilizzato infrastrutture mediatiche, edifici che ospitavano redazioni e, in alcuni casi, figure presentate come giornalisti per attività legate alle operazioni militari. Già nel 2012, durante l’operazione Pillar of Defense, le Forze di Difesa israeliane avevano pubblicato documentazione secondo cui alcuni membri della Jihad Islamica operavano da un edificio che ospitava anche uffici di emittenti internazionali.

Negli anni successivi accuse simili sono riemerse più volte. Nell’ottobre 2024 l’esercito israeliano ha affermato di avere recuperato a Gaza documenti che collegherebbero sei collaboratori di Al Jazeera a Hamas o alla Jihad Islamica Palestinese. Le prove presentate da Israele comprendevano, secondo le autorità militari, elenchi del personale, registri salariali, rubriche telefoniche e documenti interni. Le accuse sono state contestate e respinte da Al Jazeera, ma il caso ha contribuito ad alimentare il dibattito.

La vicenda degli otto nomi rimossi dalle liste del CPJ pone una questione che va oltre il singolo episodio. Documentare le vittime in una guerra urbana come quella di Gaza è un compito estremamente complesso. Le informazioni arrivano spesso da fonti difficili da verificare in modo indipendente e il lavoro delle organizzazioni internazionali si svolge in condizioni eccezionalmente complicate. Proprio per questo motivo l’accuratezza delle verifiche diventa essenziale.

Una volta entrati nei rapporti ufficiali, nei comunicati delle organizzazioni internazionali e nei titoli dei giornali, i numeri tendono infatti a sedimentarsi nella memoria collettiva. Le correzioni successive, anche quando significative, raramente ottengono la stessa attenzione delle notizie iniziali. È questo il punto sul quale insistono i critici del CPJ, convinti che il problema non riguardi soltanto gli otto nomi rimossi, ma il modo in cui vengono costruite e successivamente corrette le statistiche che influenzano il dibattito globale sulla guerra di Gaza.

Per il momento il Committee to Protect Journalists non ha fornito ulteriori dettagli pubblici sui singoli casi. La discussione, però, appare destinata a proseguire, perché tocca uno dei temi più sensibili del conflitto: distinguere chi documenta la guerra da chi vi partecipa direttamente.


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