Il rapporto israeliano sui Fratelli Musulmani in Italia apre una pagina del dibattito europeo sull’islam politico che ha smesso di essere una questione accademica ed è diventato un problema di sicurezza, rappresentanza religiosa e influenza pubblica. Il documento, diffuso dal ministero israeliano per la Diaspora e la lotta all’antisemitismo, ricostruisce una rete di associazioni che, secondo gli autori, opererebbe nel nostro Paese con un profilo pubblico moderato, mentre manterrebbe legami ideologici, personali e finanziari con l’ecosistema internazionale della Fratellanza Musulmana.
Al centro della mappa compare l’UCOII, l’Unione delle Comunità e Organizzazioni Islamiche in Italia, indicata nel rapporto come la principale organizzazione riconducibile alla Fratellanza nel Paese. Attorno a essa vengono collocate realtà diverse per funzione e pubblico di riferimento: i Giovani Musulmani d’Italia, l’Istituto Bayan, l’Alleanza Islamica d’Italia e l’Associazione dei Palestinesi in Italia, quest’ultima descritta come realtà vicina ad Hamas più che come struttura direttamente collegata alla rete italiana della Fratellanza.
Il documento insiste su un punto politicamente delicato. Queste organizzazioni respingono pubblicamente ogni affiliazione formale ai Fratelli Musulmani e si presentano come soggetti religiosi, educativi e sociali impegnati nell’integrazione e nel dialogo interreligioso. Tuttavia, secondo il rapporto, una serie di indizi raccolti da studi accademici, atti parlamentari, fonti aperte e dichiarazioni interne al mondo islamico italiano mostrerebbe un quadro più complesso.
L’UCOII viene descritta come un’organizzazione capace di esercitare influenza attraverso moschee, centri islamici, attività formative e rapporti istituzionali. Il rapporto cita anche le parole dell’imam della Grande Moschea di Roma, Abdellah Redouane, che nel 2020 definì l’ex presidente dell’UCOII Mohamed Nour Dachan “il fondatore dei Fratelli Musulmani in Italia”. Vengono inoltre ricordati i nomi di figure come Yassine Lafram, Yassine El Bardai, Izzeddin Elzir, Mohamed Ibrahim e Ali Abu Shwaima, tutte indicate come personalità importanti nel sistema di relazioni tra islam italiano e reti europee della Fratellanza.
Un capitolo rilevante riguarda i Giovani Musulmani d’Italia, presentati come il braccio giovanile dell’UCOII e come realtà italiana collegata al Forum of European Muslim Youth and Student Organisations, FEMYSO. Secondo il rapporto, i GMI svolgono attività culturali e religiose rivolte ai giovani musulmani, ma partecipano anche a iniziative nelle quali la questione palestinese e la denuncia di Israele assumono un ruolo centrale.
L’Istituto Bayan, con sede nell’area di Verona, viene invece indicato come struttura di formazione religiosa. Il rapporto ricorda che il suo nome è comparso in un’interrogazione al Parlamento europeo riguardante il ruolo di alcune istituzioni educative nella diffusione dell’ideologia islamista in Europa. Gli autori precisano però che, allo stato attuale, non risultano legami diretti recenti con Tareq al-Suwaidan, predicatore kuwaitiano associato in passato all’istituto e noto per posizioni radicali.
Più esplicito è il capitolo sull’Alleanza Islamica d’Italia, guidata da Davide Piccardo e collegata alla famiglia Piccardo, storicamente presente nell’attivismo islamico italiano. Il rapporto cita anche la casa editrice e agenzia De La Luce, che ha pubblicato testi legati a Gaza, compreso Il pruno e il garofano di Yahya Sinwar, scritto dal leader di Hamas durante la detenzione in Israele.
Il punto più esplosivo riguarda però Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia. Il documento ricorda il suo arresto alla fine del 2025 nell’ambito di un’inchiesta italiana su una presunta rete di finanziamento di Hamas, con circa otto milioni di euro raccolti attraverso associazioni presentate come umanitarie. Hannoun viene indicato come figura centrale di un sistema composto anche da ABSPP, La Cupola d’Oro, Europeans for Al-Quds e InfoPal.
Il rapporto dedica ampio spazio anche ai finanziamenti. Secondo gli autori, una parte significativa della rete avrebbe beneficiato di fondi esteri, in particolare dal Qatar e dal Kuwait. Viene citato il caso di Qatar Charity, poi Nectar Trust, che avrebbe finanziato progetti in Italia per circa cinquanta milioni di euro, con trenta milioni destinati all’UCOII secondo quanto attribuito all’ex presidente Izzeddin Elzir. Il documento ricorda inoltre l’uso di strumenti legittimi di raccolta fondi, come zakat, donazioni online e 5×1000.
Sul piano politico, il rapporto sostiene che dopo il 7 ottobre 2023 diverse organizzazioni della galassia islamista italiana abbiano intensificato la propaganda contro Israele, accusandolo di genocidio, chiedendo boicottaggi, promuovendo manifestazioni e partecipando a iniziative come la flotilla Sumud verso Gaza. Tra le realtà citate compaiono anche BDS Italia, Global Movement to Gaza, CARC e Nuovo PCI, in un intreccio tra islam politico, estrema sinistra e attivismo anti-israeliano.
Il documento israeliano va letto per ciò che è: un rapporto di parte, prodotto da un governo direttamente coinvolto nel conflitto con Hamas e nella battaglia diplomatica contro le reti di delegittimazione di Israele. Tuttavia contiene nomi, legami, episodi e flussi finanziari che meritano attenzione pubblica, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove il rapporto tra rappresentanza islamica, sicurezza nazionale e antisemitismo viene spesso trattato con prudenza eccessiva.
La questione centrale riguarda allora la trasparenza. Chi rappresenta davvero i musulmani italiani? Quali reti internazionali influenzano associazioni, moschee e organizzazioni giovanili? Dove finisce l’attivismo politico e dove comincia il sostegno a movimenti legati al terrorismo? Sono domande scomode, e proprio per questo andrebbero poste senza reticenze.
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