L’islamismo contemporaneo ha smesso da tempo di presentarsi in Europa con il volto ruvido del fanatismo religioso tradizionale. Oggi preferisce il lessico dei diritti, dell’inclusione, dell’antirazzismo, della decolonizzazione e delle minoranze oppresse, riuscendo così a penetrare ambienti universitari, associazioni studentesche, movimenti ecologisti e settori dell’attivismo occidentale che, almeno teoricamente, dovrebbero trovarsi agli antipodi rispetto alla cultura politica dei Fratelli Musulmani.
È questo il cuore dell’allarme lanciato da Florence Bergeaud-Blackler, antropologa e ricercatrice del CNRS, il più importante centro pubblico di ricerca scientifica francese, che da anni studia l’evoluzione dell’islamismo europeo e le strategie culturali del movimento dei Fratelli Musulmani. Secondo la studiosa francese, la forza di questi ambienti consiste nella loro capacità di comprendere molto meglio l’Occidente di quanto l’Occidente comprenda loro.
La questione è decisiva perché cambia completamente il quadro dell’influenza islamista in Europa. Per molto tempo il dibattito pubblico ha immaginato il radicalismo islamico quasi esclusivamente attraverso il prisma del terrorismo jihadista, delle moschee clandestine o delle reti salafite più aggressive. Bergeaud-Blackler sostiene invece che il “frérisme”, termine con cui definisce la dottrina politica derivata dall’universo dei Fratelli Musulmani, lavori soprattutto nel lungo periodo, infiltrandosi nei meccanismi culturali, educativi e sociali delle democrazie europee.
La strategia descritta dalla ricercatrice passa attraverso un’operazione di adattamento linguistico estremamente sofisticata. Temi come il decolonialismo, il femminismo intersezionale, l’islamofobia, la discriminazione sistemica o la giustizia climatica vengono progressivamente incorporati dentro un discorso politico islamista che si presenta come alleato delle minoranze oppresse contro l’Occidente liberale.
Il risultato appare ormai evidente in numerosi campus europei e nordamericani, dove slogan nati all’interno della sinistra radicale finiscono spesso per convivere con simboli, gruppi o attivisti che esprimono posizioni apertamente ostili ai principi liberali occidentali. La contraddizione emerge soprattutto nei rapporti con il mondo LGBT+, con i movimenti femministi o con gli ambienti progressisti universitari, che in molti casi sostengono attivisti islamisti senza interrogarsi seriamente sulla visione della società, della religione, della donna o dell’omosessualità presente nei movimenti che stanno appoggiando.
Secondo Bergeaud-Blackler, questo slittamento ideologico si fonda su una logica molto pragmatica. I movimenti islamisti comprendono perfettamente che il conflitto politico in Europa non si gioca più soltanto sul terreno religioso, ma soprattutto su quello simbolico, culturale e identitario. Per questa ragione adottano il vocabolario dominante nei settori più influenti dell’attivismo occidentale, cercando alleanze tattiche che permettano loro di acquisire legittimità sociale e capacità di pressione politica.
Dentro questo schema, l’antisemitismo assume un ruolo centrale. La ricercatrice francese sostiene che l’odio antiebraico venga utilizzato come strumento di polarizzazione capace di fratturare le società democratiche, trasformando Israele e gli ebrei in bersagli ideali attorno ai quali costruire campagne permanenti di mobilitazione politica. Dopo il 7 ottobre questa dinamica è diventata ancora più visibile. In molte università occidentali il confine tra solidarietà ai palestinesi, radicalismo anti-israeliano e ostilità aperta verso gli ebrei si è fatto sempre più fragile.
Bergeaud-Blackler conosce bene il prezzo personale di queste analisi. Negli ultimi anni ha vissuto sotto protezione a causa delle minacce ricevute dopo la pubblicazione del suo libro Le Frérisme et ses réseaux, dedicato proprio all’influenza dei Fratelli Musulmani in Francia e in Europa. Attorno al suo lavoro si è sviluppato uno scontro politico molto duro, che coinvolge accademia, media, associazioni islamiche e settori della sinistra radicale francese.Per rafforzare questo lavoro di documentazione la ricercatrice ha creato il CERIF, Centre européen de recherche et d’information sur le frérisme, struttura nata per analizzare le reti islamiste, i loro strumenti di influenza e le loro strategie culturali nelle società occidentali.
La Francia osserva questo fenomeno con particolare attenzione perché rappresenta il laboratorio europeo più avanzato sia dell’islamismo politico sia delle tensioni legate all’integrazione. Tuttavia il problema riguarda ormai tutto il continente. Le reti dei Fratelli Musulmani operano da anni in Germania, Belgio, Regno Unito, Scandinavia e Italia attraverso associazioni culturali, centri religiosi, organizzazioni giovanili e strutture educative che spesso si muovono dentro la legalità formale, pur perseguendo un progetto politico apertamente incompatibile con la tradizione laica e liberale europea.
La vera difficoltà dell’Europa nasce dal fatto che queste strategie raramente si presentano con linguaggi apertamente estremisti. Preferiscono insinuarsi nei vuoti culturali delle democrazie occidentali, sfruttandone le esitazioni, i sensi di colpa storici e la crescente incapacità di distinguere tra difesa delle libertà individuali e tolleranza verso movimenti che quelle libertà vorrebbero progressivamente restringerle.

