La protezione politica e simbolica garantita finora dal marchio delle Nazioni Unite comincia a mostrare crepe sempre più visibili negli Stati Uniti, dove Francesca Albanese si ritrova di nuovo al centro di uno scontro che coinvolge Washington, Israele e le istituzioni internazionali. Una decisione della giustizia americana ha infatti riaperto la strada a possibili sanzioni contro la relatrice speciale ONU per i territori palestinesi, autorizzando il segretario di Stato Marco Rubio ad applicare una designazione prevista nell’ambito di un decreto presidenziale statunitense.
La vicenda segna un passaggio delicato perché tocca un punto estremamente sensibile nei rapporti tra Stati Uniti e Nazioni Unite. Per anni molti funzionari internazionali hanno considerato il proprio ruolo dentro l’ONU come una sorta di barriera politica e diplomatica difficilmente penetrabile. Ora una parte dell’amministrazione americana sembra intenzionata a sostenere il principio opposto, soprattutto quando ritiene che un rappresentante internazionale abbia oltrepassato quelle che Washington considera linee rosse sul terreno dell’antisemitismo, dell’incitamento o della legittimazione indiretta del terrorismo.
Francesca Albanese è da tempo una figura esplosiva nel dibattito internazionale su Israele. Le autorità israeliane la accusano di avere trasformato il suo mandato ONU in una piattaforma militante contro lo Stato ebraico. Negli Stati Uniti, soprattutto negli ambienti conservatori e repubblicani, viene contestata per dichiarazioni considerate ostili verso Israele e per atteggiamenti giudicati indulgenti nei confronti di Hamas dopo il 7 ottobre. Le sue prese di posizione hanno provocato ripetuti scontri diplomatici, richieste di rimozione dal suo incarico e fortissime critiche da parte di organizzazioni ebraiche americane.
La decisione giudiziaria americana viene interpretata dai suoi oppositori come un precedente molto importante. I ricorrenti hanno parlato apertamente di “vittoria significativa”, sostenendo che nessun rappresentante dell’ONU possa considerarsi al di sopra della legge americana soltanto grazie alla propria funzione internazionale. È un messaggio che va oltre il caso personale di Albanese e che riflette il deterioramento del rapporto tra una parte della politica americana e alcuni organismi delle Nazioni Unite accusati da anni, soprattutto da Israele, di applicare doppi standard sistematici contro lo Stato ebraico.
Il ruolo di Marco Rubio in questa vicenda aggiunge un ulteriore elemento politico. Il segretario di Stato, figura centrale dell’ala repubblicana più vicina alle posizioni israeliane, da tempo sostiene un approccio molto duro verso le organizzazioni internazionali percepite come ostili a Israele. La possibilità di applicare sanzioni contro una relatrice ONU rappresenterebbe un salto politico notevole e aprirebbe inevitabilmente uno scontro diplomatico di ampia portata con settori delle Nazioni Unite e con diversi governi europei.
Per Francesca Albanese il problema non riguarda soltanto l’immagine pubblica. Eventuali sanzioni americane potrebbero avere conseguenze concrete sul piano finanziario, dei movimenti internazionali e dei rapporti ufficiali con istituzioni e soggetti statunitensi. Ed è proprio questo che rende la vicenda molto più seria di una polemica mediatica.
Lo scontro si inserisce dentro un clima internazionale sempre più acceso dopo il 7 ottobre. Israele considera ormai parte degli organismi internazionali profondamente compromessi da ostilità ideologiche e da una lettura del conflitto che minimizza o relativizza il terrorismo di Hamas. Dall’altra parte, molti ambienti dell’ONU accusano Israele di voler delegittimare ogni critica alle proprie operazioni militari a Gaza. Francesca Albanese è diventata uno dei simboli di questa guerra politica e morale. E adesso quella battaglia rischia di trasferirsi apertamente anche nelle aule giudiziarie e nei meccanismi sanzionatori americani.

