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Flottiglia per Gaza, caos a Canberra dopo il rientro degli attivisti fermati da Israele

Manifestanti filo-palestinesi bloccano il Parlamento australiano imitando gli arresti subiti durante il tentativo di forzare il blocco navale di Gaza

Paolo Montesi

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Flottiglia per Gaza, caos a Canberra dopo il rientro degli attivisti fermati da Israele

La scena che si è svolta nel cuore del Parlamento australiano aveva qualcosa di teatrale e insieme di profondamente politico. Decine di attivisti filo-palestinesi si sono inginocchiati nel grande atrio di marmo della Parliament House di Canberra con la testa abbassata e le mani dietro la schiena, simulando la posizione nella quale erano stati fermati pochi giorni prima dalla marina israeliana durante il tentativo di violare il blocco navale attorno alla Striscia di Gaza. Attorno a loro si sono mossi agenti armati della sicurezza australiana che li hanno trascinati via uno dopo l’altro, mentre le immagini finivano immediatamente sui social e sui canali internazionali legati alla mobilitazione pro-Gaza.

La protesta è scoppiata dopo il rientro in Australia di alcuni degli attivisti che avevano partecipato all’ultima flottiglia diretta verso Gaza, intercettata dalle forze israeliane in acque internazionali a circa 150 miglia nautiche dalla costa della Striscia. Secondo il ministero degli Esteri israeliano, le imbarcazioni coinvolte trasportavano circa 430 persone provenienti da 45 Paesi e avevano ignorato l’ordine di cambiare rotta e tornare indietro.

Gerusalemme ha reagito con durezza anche sul piano mediatico. Il ministero degli Esteri ha pubblicato un video degli scontri avvenuti a Canberra accompagnandolo con un messaggio sarcastico e aggressivo: “Gli anarchici della Flotilla seminano caos ovunque vadano. Ora in Australia. Prima ancora in Spagna, Austria e Grecia. La Flotilla significa provocazioni e disordini”. Una formula che riflette perfettamente la linea adottata dal governo israeliano in queste settimane, deciso a presentare il movimento delle flottiglie come una macchina propagandistica internazionale più che come un’iniziativa umanitaria.

Israele sostiene infatti che il blocco navale imposto su Gaza insieme all’Egitto rispetti il diritto internazionale e serva a impedire l’ingresso di armi nelle mani di Hamas. Le autorità israeliane insistono anche sul fatto che gli aiuti umanitari continuino a entrare nella Striscia attraverso i canali autorizzati. Il COGAT, l’ente del ministero della Difesa israeliano che coordina le attività civili nei Territori, ha dichiarato che dall’inizio del cessate il fuoco dell’ottobre 2025 sono entrate a Gaza oltre 1,6 milioni di tonnellate di cibo, che si aggiungono ai circa due milioni di tonnellate di aiuti introdotti dall’inizio della guerra.

Dietro la tensione crescente attorno alla Flotilla si muove però qualcosa di più ampio. Israele considera queste spedizioni parte integrante della pressione internazionale costruita attorno al conflitto di Gaza, mentre gli organizzatori accusano Gerusalemme di usare il blocco come strumento di punizione collettiva. Il governo israeliano respinge completamente questa accusa e sostiene invece che la vera responsabilità della situazione umanitaria ricada su Hamas, che continua a rifiutare il disarmo e a utilizzare infrastrutture civili per scopi militari.

Il ministero degli Esteri israeliano ha collegato esplicitamente la Flotilla alla strategia politica di Hamas, sostenendo che queste iniziative servano “a distogliere l’attenzione dal rifiuto di Hamas di deporre le armi e a ostacolare il piano di pace del presidente Donald Trump”. Una presa di posizione che mostra quanto ormai la battaglia sulla guerra di Gaza si combatta contemporaneamente sul terreno militare, nelle cancellerie occidentali e dentro l’arena simbolica dei social network e delle immagini globali.

Le fotografie degli attivisti trascinati via dal Parlamento di Canberra hanno già fatto il giro del mondo. Israele, però, sembra deciso a usare quelle stesse immagini come prova del carattere politico e conflittuale del movimento delle flottiglie. E questa volta non ha alcuna intenzione di lasciare il monopolio del racconto ai suoi avversari.