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Flottiglia Gaza, il manifesto che svela il vero progetto delle «100 città in rivolta»

Un documento mostra l’obiettivo di costruire una rete di pressione politica e mobilitazione permanente nelle città italiane

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
Flottiglia Gaza, il manifesto che svela il vero progetto delle «100 città in rivolta»

La Global Sumud Flotilla ha pubblicato un documento, intitolato «100 Porti per 100 Città», passato quasi sotto silenzio ma di grande importanza, perché traccia le linee programmatiche delle Flottiglie con una chiarezza che sgombra ogni dubbio sui loro reali obiettivi.
Dal punto di vista organizzativo è previsto che una nave della Flottiglia approdi in 100 porti italiani e che un camper via terra la segua in altrettante città (prossima tappa: 19 e 20 giugno a Viareggio e Lucca).

Dal documento emerge che Gaza, presentata come un «laboratorio della guerra totale», non rappresenta l’unico obiettivo delle Flottiglie, che intendono concentrarsi anche su altri fronti, tra cui il Libano e l’Iran, ritenuti — secondo il documento — martoriati dagli attacchi sionisti, ma anche sul Mediterraneo, definito «il cimitero dei diritti», per sostenere le reti di supporto alla migrazione irregolare.

Un enorme calderone che la Flottiglia considera un «attivatore politico» per esercitare «pressione» sulle istituzioni, creare un «fronte istituzionale diffuso» e portare avanti una «battaglia» che «si combatte anche — e sempre di più — a terra», penetrando nelle scuole, nelle università e nelle realtà associative e sindacali, così da «costruire continuità educativa e politica nel tempo». La città diventa essa stessa il terreno del conflitto: «Non possono fermare 100 città in rivolta».

Il documento delinea addirittura una «strategia di continuità in caso di sequestro delle flottiglie»: sia l’arrivo a destinazione sia l’intercettazione vengono considerati un successo. E se il fermo sarà soltanto parziale, i natanti che vi sfuggiranno verranno venduti per reperire risorse economiche. Il documento, tuttavia, non specifica a chi saranno ceduti, né con quali garanzie di trasparenza e tracciabilità.

Persino i simboli sono evocativi. L’imbarcazione che gira indisturbata da porto a porto porta il nome di Ghassan Kanafani, figura di primo piano del Popular Front for the Liberation of Palestine, organizzazione inserita anche dall’Unione Europea nelle liste dei soggetti terroristici. Non è il linguaggio di una missione umanitaria, né quello di un attivismo volto ad affermare il primato del diritto internazionale.

Il linguaggio è quello dello scontro. La «rivolta», la «battaglia», la «pressione» — termine che ricorre ben otto volte nel documento —, la mobilitazione permanente, il radicamento nei luoghi della cultura e della società civile segnano il passaggio da una dinamica confinata agli scenari internazionali a una logica che punta a insediarsi stabilmente nelle nostre città.

Difficile non cogliere le analogie con alcuni repertori dei movimenti della sinistra radicale degli anni Settanta, quando si parlava di «riprendersi la città», si costruivano reti territoriali permanenti, si insisteva sul radicamento nei luoghi della cultura e del sindacato e si facevano convergere, all’interno della medesima mobilitazione, conflitti molto diversi tra loro: dal Vietnam al Cile allora, da Gaza ai migranti nel Mediterraneo oggi.

Pur non essendo possibili confronti diretti con quelle esperienze, gli elementi lessicali e gli schemi d’azione rendono evidente una saldatura con il mondo dell’antagonismo politico. Gaza diventa l’aggregatore ideale per unire antisionismo, antioccidentalismo, contestazione dell’ordine esistente e lotta contro «ogni forma di repressione», come si legge negli opuscoli distribuiti nelle varie città toccate dal tour della Flottiglia.

Il fulcro della questione, allora, non è se al prossimo tentativo Israele intercetterà le imbarcazioni. È del resto probabile che lo faccia, forte di una base giuridica riconosciuta, che trova riferimenti tanto nel Rapporto Palmer delle Nazioni Unite quanto nel Manuale di Sanremo. Una base certamente discutibile sul piano politico, ma difficilmente assimilabile a un vuoto normativo.

La domanda si sposta piuttosto sugli Stati dai quali partono queste iniziative. E lo impone proprio quel diritto internazionale che viene selettivamente — e spesso impropriamente — invocato per accusare Israele o difendere il regime degli ayatollah.

Si pensi, ad esempio, al principio della «due diligence internazionale». Nei lavori attualmente in corso presso la International Law Commission delle Nazioni Unite — tutt’altro che una faziosa organizzazione sionista — esso viene ricondotto all’«obbligo degli Stati di non permettere che il proprio territorio venga utilizzato per atti contrari ai diritti di altri Stati».

Un principio che impone verifiche su chi organizza e finanzia queste reti e una seria valutazione delle conseguenze che le loro iniziative possono produrre sul piano della sicurezza e delle relazioni internazionali.

Sono interrogativi ai quali le istituzioni devono fornire risposte, anche nell’interesse nazionale. Il terreno dello scontro non è più soltanto quello delle acque davanti a Gaza e delle operazioni di intercettazione israeliane: coinvolge ormai i nostri porti, le nostre città e il tessuto stesso della società italiana.