Recep Tayyip Erdoğan ripete da anni la formula «il mondo è più grande di cinque» per contestare il potere dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU. All’Assemblea generale di New York ha rilanciato la sfida: abolire il diritto di veto, rafforzare l’Assemblea e creare un Consiglio formato da membri eletti con mandati a termine. La domanda riguarda tutti: può un’organizzazione incaricata di difendere la pace restare ostaggio delle decisioni di cinque Stati? Il Consiglio riflette ancora i rapporti di forza usciti dalla Seconda guerra mondiale, mentre il veto permette alle potenze di proteggere i propri alleati e bloccare l’azione collettiva nelle crisi più gravi.
Per Ankara la riforma dell’ONU è anche la rivendicazione di un ruolo maggiore nella gestione dei conflitti dal Mar Nero al Medio Oriente. La Turchia vuole presentarsi come voce dei Paesi che non accettano più di assistere passivamente alle decisioni delle grandi potenze. Ma la credibilità di chi chiede nuove regole dipende dalla coerenza con cui le applica.
L’Assemblea generale ha mostrato plasticamente le contraddizioni del sistema. António Guterres ha avvertito che «le crepe sono diventate canyon». Nell’aula tutti hanno invocato dialogo e tutela dei civili; fuori continuano le guerre. Lo scontro tra Erdoğan e Benjamin Netanyahu rappresenta una delle fratture più profonde. Il presidente turco ha chiesto maggiore pressione internazionale su Israele per Gaza. Netanyahu, contestato da numerose delegazioni, ha difeso la condotta militare israeliana, rivendicato l’azione contro l’Iran e attaccato Ankara. Entrambi parlano di sicurezza, ma attribuiscono all’altro la responsabilità di destabilizzare la regione.
I rapporti fra i due leader appaiono irrecuperabili, soprattutto dopo Gaza. Ankara considera l’assertività israeliana un tentativo di imporre con la forza il nuovo ordine mediorientale. Israele teme invece l’espansione dell’influenza turca in Siria, divenuta uno dei principali terreni della competizione regionale. Servirebbero canali di comunicazione, limiti comprensibili a entrambi e un confronto politico sul futuro siriano. Sta accadendo l’opposto: la contesa continua ad allargarsi.
La denuncia turca dell’inerzia internazionale trova ascolto in una parte considerevole del mondo. Ankara sostiene che il diritto non possa cambiare significato secondo chi lo invoca. Ma anche la Turchia, se vuole proporsi come mediatrice, deve riconoscere diritti e timori degli interlocutori quando limitano il proprio spazio di manovra. L’influenza turca non va però interpretata come la nascita di un impero neo-ottomano. La retorica destinata alla base conservatrice e nazionalista è più ambiziosa della politica realmente praticata. Circondata da guerre e linee di faglia, Ankara cerca soprattutto di gestire il disordine e proteggere i propri interessi. È presente in Siria, Iraq, Libia e Somalia, ma non dispone della forza necessaria per dominare autonomamente il Medio Oriente.
La strategia turca è multidirezionale: restare nella NATO e mantenere il rapporto con Washington senza rinunciare ai legami con Russia, Asia centrale e mondo arabo. Questa ricerca di autonomia precede Erdoğan. Nel 1964, quando Lyndon Johnson frenò un intervento turco a Cipro, il premier İsmet İnönü rispose che sarebbe nato un nuovo mondo nel quale la Turchia avrebbe trovato il proprio posto. Quella crisi favorì lo sviluppo dell’industria nazionale della difesa e modificò il rapporto di Ankara con l’Occidente.
La Turchia contemporanea agisce come un “Paese centrale”, con una politica estera transazionale e à la carte. Non vuole abbandonare la NATO per entrare nel campo russo o cinese, ma mantenere un piede in più schieramenti e scegliere, dossier per dossier, le intese più utili. La rivalità con Israele si proietta ormai nel Mediterraneo orientale. La cooperazione militare israeliana con Grecia e Cipro viene osservata con preoccupazione da Ankara. Lo “Scudo di Achille”, la rete di difesa aerea che Atene intende costruire con tecnologie israeliane, è presentato dalla Grecia come risposta difensiva all’instabilità e alla potenza militare turca. Ankara vede invece sistemi israeliani installati vicino alle coste anatoliche mentre compete con Israele in Siria.
Si alimenta così un classico dilemma della sicurezza: Atene si arma per difendersi, Ankara interpreta quegli acquisti come una minaccia e prepara contromisure, rafforzando i timori greci. Nell’Egeo restano aperte le controversie sulla militarizzazione delle isole, sull’estensione delle acque territoriali e sulla delimitazione delle zone marittime. Perfino i parchi marini possono essere letti come strumenti di sovranità su aree contese. Alla dimensione militare si aggiunge quella energetica. La crisi di Hormuz ha mostrato la vulnerabilità delle esportazioni del Golfo. Ankara vuole proporsi come piattaforma alternativa fra Medio Oriente, Caucaso ed Europa: prolungamento dell’oleodotto Iraq-Turchia da Bassora a Ceyhan, collegamento dei campi siriani alla rete turca, gas transcaspico dal Turkmenistan e nuovi corridoi elettrici.
Sono progetti condizionati da investimenti, sicurezza e accordi politici. Nessun oleodotto può sostituire la stabilità dei Paesi attraversati. La strategia turca dipenderà quindi dalla capacità di favorire un Iraq e una Siria più stabili, aprire il confine con l’Armenia e rafforzare il Corridoio Medio verso l’Asia centrale. La tensione tra Erdoğan e Netanyahu non rimane confinata a Gaza o alla Siria. Attraversa l’Egeo, coinvolge Grecia e Cipro, ridisegna le alleanze militari e incrocia la competizione per le rotte energetiche. Senza regole condivise e canali politici, ogni nuova misura difensiva rischia di essere interpretata come un’altra dichiarazione di ostilità.