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Entebbe, il vero eroe dimenticato che rese possibile il salvataggio degli ostaggi

Un documentario riporta alla luce la storia di Michel Cojot, l’ostaggio francese che raccolse informazioni decisive per il raid israeliano del 1976 e che per decenni è rimasto nell’ombra

Paolo Montesi

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Entebbe, il vero eroe dimenticato che rese possibile il salvataggio degli ostaggi

A quasi cinquant’anni dall’operazione di Entebbe, una delle missioni di salvataggio più celebri della storia contemporanea, un nuovo documentario riapre una pagina che sembrava ormai scritta una volta per tutte e sposta l’attenzione su un protagonista rimasto sorprendentemente ai margini del racconto pubblico. Il film ‘To Kill A Nazi’ del regista Boaz Dvir sostiene infatti che il successo dell’operazione israeliana del 4 luglio 1976 sarebbe stato molto più difficile, se non impossibile, senza il contributo di Michel Cojot, un consulente d’impresa francese di origine ebraica che si trovava tra gli ostaggi dell’Air France sequestrato dai terroristi palestinesi e tedeschi.

Per generazioni il volto simbolo di Entebbe è stato quello di Yonatan Netanyahu, il comandante dell’unità Sayeret Matkal ucciso durante il blitz e divenuto un simbolo nazionale in Israele. Accanto a lui la memoria pubblica ha celebrato il comandante dell’aereo Air France, Michel Bacos, che secondo una versione largamente diffusa avrebbe scelto di restare con gli ostaggi. Dvir, dopo anni di ricerche e testimonianze raccolte tra sopravvissuti e protagonisti dell’epoca, sostiene però che il personaggio decisivo fu un altro Michel.

Il 27 giugno 1976 Cojot viaggiava da Tel Aviv a Parigi insieme al figlio Olivier, che aveva dodici anni. Dopo uno scalo ad Atene, il volo Air France 139 venne sequestrato da quattro terroristi appartenenti al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e alle Cellule Rivoluzionarie tedesche. L’aereo fu portato prima in Libia e poi a Entebbe, in Uganda, dove il dittatore Idi Amin offrì il proprio sostegno ai sequestratori.
Nei giorni successivi gli ostaggi ebrei e israeliani furono separati dagli altri passeggeri, in una scena che evocò per molti sopravvissuti alla Shoah ricordi drammatici. Fu proprio in quel contesto che Cojot assunse un ruolo inatteso. Conosceva le lingue necessarie per comunicare con i sequestratori e con le autorità ugandesi, traduceva gli interventi di Idi Amin e negoziava per migliorare le condizioni degli ostaggi. Nel frattempo osservava tutto.

Secondo le ricostruzioni emerse negli anni e rilanciate dal documentario, Cojot raccolse informazioni sulla disposizione dell’edificio, sulle posizioni delle guardie, sui movimenti dei terroristi e dei soldati ugandesi. Annotò dettagli che sarebbero poi diventati preziosi per i pianificatori israeliani. Tentò perfino di far uscire quelle informazioni nascondendole nei pantaloni del figlio Olivier quando quest’ultimo venne rilasciato. Il piano fallì perché il ragazzo, una volta tornato a casa, dimenticò completamente il messaggio.

Quando Cojot venne liberato il 1° luglio e arrivò a Parigi, gli uomini del Mossad lo contattarono immediatamente. Le informazioni che fornì contribuirono alla preparazione dell’Operazione Thunderbolt, nome ufficiale del raid che avrebbe liberato 103 ostaggi tre giorni dopo.
La storia di Cojot sarebbe già straordinaria così. Eppure il documentario aggiunge un ulteriore elemento che rende il personaggio ancora più complesso. Un anno prima del sequestro di Entebbe, l’uomo aveva tentato di rintracciare e uccidere Klaus Barbie, il criminale nazista noto come il “Boia di Lione”, responsabile della deportazione del padre Joseph Goldberg e di migliaia di altri ebrei francesi.

Dopo aver scoperto che Barbie viveva in Bolivia sotto falsa identità, Cojot si trasferì in Sud America con la famiglia e riuscì perfino ad arrivare a pochi metri dall’ex ufficiale delle SS con una pistola in mano. In quel momento, però, rinunciò a sparare. Quella scelta cambiò la sua vita. In seguito si dedicò a una lunga campagna per ottenere l’estradizione del nazista in Francia. Quando finalmente Barbie venne processato nel 1987, Cojot testimoniò davanti ai giudici contribuendo a mantenerne viva la memoria dei crimini.
Boaz Dvir, docente di giornalismo negli Stati Uniti e autore del documentario, racconta di aver scoperto quasi per caso la figura di Cojot mentre stava lavorando proprio su Michel Bacos. Intervistando i sopravvissuti, si accorse che quasi tutti indicavano un altro nome quando veniva chiesto chi fosse stato il vero protagonista di quei giorni.

Forse proprio questa discrezione spiega perché Michel Cojot sia rimasto così a lungo nell’ombra. Dopo Entebbe non cercò notorietà, non costruì una carriera pubblica sul proprio ruolo e parlò raramente di quanto accaduto. Continuò la sua vita lontano dai riflettori, mentre il mondo ricordava altri volti di quella vicenda.

A cinquant’anni da uno degli episodi più celebri della lotta al terrorismo internazionale, la sua storia riemerge come un promemoria utile. Le grandi operazioni militari entrano nei libri di storia attraverso i nomi dei comandanti, dei leader politici e degli uomini armati che ne eseguono il piano. Talvolta, però, il successo dipende da una persona che non porta una divisa, che non spara un colpo e che agisce in silenzio mentre tutti guardano altrove.



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