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Edgar Morin, l’ebreo che voleva essere soltanto uomo

Tra Resistenza, comunismo, identità e conflitti con Israele, il percorso intellettuale di uno dei pensatori più influenti del Novecento sfugge alle semplificazioni e alle agiografie

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Edgar Morin, l’ebreo che voleva essere soltanto uomo

Esistono intellettuali che lasciano una scuola. Edgar Morin ha lasciato un metodo per guardare il mondo. Nel corso di oltre un secolo di vita ha attraversato quasi tutte le grandi illusioni e quasi tutte le grandi tragedie del Novecento, portandosi addosso le cicatrici di entrambe. Nato a Parigi nel 1921 come Edgar Nahoum, figlio di una famiglia ebraica sefardita proveniente da Salonicco, resistente durante l’occupazione nazista, comunista, sociologo, filosofo, antropologo, teorico della complessità, Morin è stato uno degli ultimi grandi intellettuali totali europei. Proprio per questo merita qualcosa di meglio di una celebrazione rituale. La sua vita è attraversata da una tensione che non si è mai risolta davvero: quella tra la propria origine ebraica e il desiderio quasi ossessivo di superare ogni appartenenza particolare in nome di un umanesimo universale.

L’ebraismo entrò nella sua esistenza in modo traumatico. La persecuzione nazista non gli lasciò la possibilità di considerarsi semplicemente un cittadino francese. Come accadde a molti ebrei assimilati dell’Europa occidentale, fu Hitler a ricordargli chi fosse. Durante la guerra adottò il nome di battaglia “Morin”, che sarebbe poi diventato il suo cognome definitivo, e partecipò alla Resistenza francese. In quegli anni comprese sulla propria pelle che l’identità non è sempre una scelta personale e che talvolta è il nemico a definirla.

Eppure, terminata la guerra, Morin cercò continuamente di allontanarsi da ogni forma di appartenenza esclusiva. Per lui l’ebraismo era soprattutto una memoria storica, una sensibilità, una coscienza della vulnerabilità umana ma non una patria politica. Questa posizione spiega il suo rapporto tormentato con Israele.

Morin non è mai stato un antisionista nel senso classico del termine. Ha sempre riconosciuto la legittimità storica della nascita dello Stato ebraico e la necessità che gli ebrei disponessero di una casa nazionale dopo la Shoah. Tuttavia ha guardato con crescente diffidenza all’evoluzione del conflitto israelo-palestinese e al rafforzarsi delle correnti nazionaliste nella politica israeliana.

Per molti israeliani e per una parte significativa dell’ebraismo europeo, il momento della rottura arrivò nel 2002. In piena Seconda Intifada Morin pubblicò su Le Monde, insieme a Sami Naïr e Danièle Sallenave, un articolo destinato a provocare una tempesta. Il testo accusava Israele di aver trasformato il popolo che era stato vittima della persecuzione in un popolo capace di opprimere un altro popolo. Le polemiche furono immediate e feroci. Alcuni videro in quelle parole una critica politica legittima. Altri vi lessero la riproposizione di uno schema antico e tossico: l’ebreo che, una volta ottenuto il potere, diventerebbe simile ai propri persecutori.
Morin fu persino trascinato davanti ai tribunali francesi con l’accusa di incitamento all’odio razziale. Dopo anni di battaglie giudiziarie venne assolto. Il caso, tuttavia, lasciò una traccia profonda. Da quel momento la sua figura divenne un simbolo delle lacerazioni interne all’intellettualità ebraica europea.

Da una parte vi erano coloro che vedevano in lui la voce della coscienza critica, l’ebreo capace di giudicare Israele con la stessa severità applicata a qualsiasi altro Stato. Dall’altra vi erano quelli che gli rimproveravano una cecità quasi sistematica verso le minacce esistenziali affrontate dagli israeliani, una tendenza a comprendere sempre le ragioni dell’altro e molto meno le paure degli ebrei.In realtà entrambe le letture contengono una parte di verità.

Morin ha spesso mostrato una straordinaria sensibilità nei confronti delle sofferenze palestinesi. Meno convincente è apparso quando ha affrontato il tema dell’antisemitismo contemporaneo, soprattutto nelle sue forme provenienti da ambienti islamisti o da una parte della sinistra radicale europea. Il suo universalismo, che rappresenta la forza più grande del suo pensiero, si è trasformato talvolta nel suo limite. Per comprendere questa contraddizione bisogna tornare al cuore della sua opera.

Morin ha trascorso la vita combattendo ogni riduzione semplicistica della realtà. La sua celebre teoria della complessità nasce dall’idea che fenomeni umani, sociali e politici non possano essere spiegati attraverso schemi rigidi. Eppure il conflitto israelo-palestinese sembra aver rappresentato per lui un terreno sul quale questa straordinaria prudenza analitica si è talvolta incrinata.
Resta comunque difficile immaginare la cultura europea contemporanea senza il suo contributo. I suoi studi sulla complessità, sull’incertezza, sulle interconnessioni tra discipline diverse hanno influenzato generazioni di studiosi ben oltre la sociologia. Alla soglia dei centocinque anni, Morin ha incarnato una figura rara: quella dell’intellettuale che non appartiene completamente a nessun campo. Questa indipendenza gli ha procurato ammirazione, isolamento, prestigio e polemiche.

Forse la definizione più giusta non è quella di sociologo, filosofo o teorico della complessità. Edgar Morin è stato soprattutto un uomo in fuga dalle identità assolute. Un ebreo che non ha mai smesso di interrogarsi sull’ebraismo, un francese che diffidava dei nazionalismi, un universalista che non è riuscito a liberarsi del tutto delle proprie appartenenze. Ed è proprio in questa irrisolta tensione che si trova la sua grandezza e, insieme, il motivo per cui continua a dividere.