L’intelligenza artificiale prometteva di liberare il sapere umano da errori, passioni e pregiudizi. Invece sta dimostrando una lezione molto più scomoda: quando una macchina impara dai testi prodotti dagli esseri umani, finisce spesso per assorbire anche le loro ossessioni più antiche. Fra queste compare l’antisemitismo, che secondo una nuova ricerca accademica continua a riemergere nei sistemi di IA più avanzati attraverso associazioni sottili, difficili da individuare e proprio per questo particolarmente insidiose.
Lo sostiene uno studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica American Psychologist e firmato da Gal Gutman dell’Università Ben-Gurion del Negev e da Michael Gilead dell’Università di Tel Aviv. Il lavoro, intitolato “From Myth to Model: Representation of ‘The Jew’ in Generative AI”, analizza il modo in cui i grandi modelli linguistici rappresentano gli ebrei e arriva a una conclusione inquietante: anche quando vengono eliminati tutti i riferimenti espliciti all’identità ebraica, l’intelligenza artificiale continua a riprodurre schemi che coincidono con stereotipi antisemiti sedimentati da secoli nella cultura occidentale.
La ricerca si è concentrata inizialmente su ChatGPT-4 Turbo, uno dei modelli più diffusi al momento dello studio, per poi verificare i risultati anche su altri sistemi, tra cui DeepSeek e Mistral. Il problema, spiegano gli autori, consisteva nel fatto che i moderni modelli linguistici sono stati addestrati proprio per evitare risposte apertamente offensive o discriminatorie. Per questo motivo i ricercatori hanno escogitato un metodo indiretto.
Hanno chiesto all’intelligenza artificiale di generare centinaia di nomi americani ebraici e non ebraici e di costruire per ciascuno una breve biografia immaginaria, indicando professione, luogo di residenza e tratti caratteriali. Successivamente tutti i nomi e ogni riferimento religioso sono stati eliminati. A quel punto le biografie anonime sono state sottoposte alla valutazione di altri modelli di IA e di centinaia di persone.
Il risultato è stato sorprendentemente coerente. I personaggi originariamente associati a nomi ebraici venivano giudicati più intelligenti, più efficienti, più sicuri di sé e maggiormente orientati al successo. Parallelamente risultavano meno simpatici, meno calorosi, meno degni di fiducia e più inclini al controllo rispetto ai personaggi non ebrei.
Si tratta di un profilo che gli studiosi di psicologia sociale conoscono bene. Da decenni la ricerca sugli stereotipi registra la tendenza a rappresentare gli ebrei come un gruppo caratterizzato da elevata competenza e scarsa “calorosità” umana. Una figura percepita come capace e influente, ma anche distante, sospetta e moralmente ambigua. È esattamente il terreno culturale sul quale prosperano da secoli le fantasie antisemite sul potere occulto, sulla manipolazione e sul controllo.
Per verificare ulteriormente il fenomeno, i ricercatori hanno trasformato quei tratti caratteriali in profili narrativi e hanno chiesto ai modelli di indicare personaggi famosi che corrispondessero a quelle caratteristiche. Fra le risposte sono comparsi Tyrion Lannister di Game of Thrones, Walter White di Breaking Bad e Michael Corleone de Il Padrino. Figure molto diverse tra loro, accomunate però da intelligenza strategica, ambizione, isolamento emotivo e una relazione problematica con il potere.
Quando gli studiosi hanno chiesto ai sistemi di identificare il gruppo sociale più frequentemente associato a quel tipo di caratteristiche, le diverse intelligenze artificiali hanno indicato gli ebrei.
Il dato più interessante emerge proprio qui. Nessuno dei modelli ha espresso un antisemitismo esplicito. Nessuno ha formulato insulti o accuse dirette. Eppure il mosaico composto da qualità apparentemente positive e neutre finisce per ricostruire una figura che richiama antichi archetipi antiebraici. Gli autori osservano che tratti come l’intelligenza, la disciplina o la capacità organizzativa, considerati isolatamente, possono apparire persino lusinghieri. Quando però vengono combinati con elementi come freddezza emotiva, dominanza, privilegio e manipolazione, il risultato riproduce immagini profondamente radicate nella storia dell’antisemitismo europeo.
La questione assume un peso particolare perché questi sistemi vengono sempre più utilizzati in contesti professionali. Le intelligenze artificiali partecipano già alla selezione del personale, all’analisi dei profili dei candidati, alla concessione di prestiti, alla valutazione di documenti e alla gestione di processi decisionali complessi. Se i pregiudizi presenti nei dati di addestramento sopravvivono sotto forma di associazioni implicite, il rischio è che vengano replicati su scala industriale con un’aura di neutralità tecnologica.
Lo studio ricorda che fenomeni analoghi sono stati osservati anche nei confronti delle donne, degli afroamericani e di altre minoranze. Nel caso degli ebrei, tuttavia, emerge un elemento particolare. L’antisemitismo moderno si è spesso presentato come un sistema di idee apparentemente razionale, costruito intorno a presunte caratteristiche psicologiche, economiche o culturali. Proprio per questo può infiltrarsi più facilmente nei meccanismi statistici dell’intelligenza artificiale.
La ricerca israeliana suggerisce dunque una conclusione che va oltre il mondo della tecnologia. Le macchine stanno imparando da noi. E ciò che imparano rivela molto di più sulla società che le ha create di quanto non riveli sulle macchine stesse.

