Fino all’esplosione dei social, venticinque anni fa, funzionava un “circolo virtuoso”dell’informazione. Testate come il Washington Post, l’Economist o la BBC istruivano i loro lettori, che a loro volta pagavano profumatamente i loro servizi, permettendo di assumere giornalisti eccellenti che producevano sempre più qualità, più audience. Il New York Times negli anni Novanta aveva oltre 1.200 giornalisti in redazione. Il Corriere della Sera vendeva 700.000 copie al giorno. Non erano perfetti — esistevano faziosità, pressioni degli editori, distorsioni politiche — ma c’era una base economica solida da sostenere un giornalismo con risorse reali.
Quel circolo virtuoso si è spezzato. Prima sono spariti gli annunci classificati — lavoro, immobili, auto usate — che rappresentavano il 40% del fatturato di molti giornali locali. Poi Facebook e Google si sono presi il 50% del business pubblicitario. Infine è arrivata la gratuità come elemento culturale: i giornali hanno messo i contenuti online gratis, spezzando il contratto psicologico con il lettore. La perdita di ricavi ha imposto tagli alle redazioni, colpendo innanzitutto i corrispondenti esteri permanenti, i giornalisti investigativi senior, i fact-checker. Con meno risorse e meno tempo, le redazioni rimaste hanno prodotto più contenuti in meno tempo. La velocità ha sostituito la verifica. Per compensare la perdita di pubblicità, le testate si sono messe a inseguire il traffico online a tutti i costi, e il traffico si genera con ciò che l’algoritmo premia: contenuti emotivi, polarizzanti, semplificati. È nata quella che , in un mio saggio , ho chiamato “l’economia dell’attenzione”. Il risultato è un circolo vizioso: meno lettori paganti, meno credibilità, meno risorse, qualità ancora più bassa, e così via.
L’editoria italiana è entrata nel secolo della rivoluzione internet già debole e vulnerabile. Non ha mai vissuto davvero sul mercato: da un lato i sussidi pubblici all’editoria, dall’altro il capitalismo familista che controllava testate e televisioni. Quando si pensa ai conflitti di interesse tra informazione e politica viene naturale pensare a Berlusconi, ma la politica ha da sempre avuto un ruolo chiave: Aldo Moro scrisse in prigionia che la stampa era difficile da controllare perché troppo frammentata, meglio concentrarla in pochi titoli più facili da condizionare. Questo pensiero è talmente accettato che da decenni nessuno si stupisce per il teatrino delle nomine RAI a ogni cambio di governo.
Sono temi noti , ma c’è un elemento che manca quasi sempre nell’analisi della crisi del giornalismo italiano: il ruolo della scuola. In un altro mio saggio ho raccontato che Il pensiero critico non è una dote naturale, si insegna. Nei paesi nordici e in Gran Bretagna esiste una tradizione consolidata di analisi delle fonti e di dibattito strutturato fin dalle elementari. In Italia la scuola forma prevalentemente alla memorizzazione e alla riproduzione del sapere ricevuto, non alla sua valutazione critica. Il risultato è che il consumatore di informazione adulto non ha gli strumenti per distinguere una fonte verificata da una narrativa costruita, un fatto da un’opinione presentata come fatto. Nelle classifiche OCSE di media literacy l’Italia è sistematicamente nelle ultime posizioni tra i paesi sviluppati. Finlandia, Svezia ed Estonia sono ai primi posti — e guarda caso sono anche i paesi con la maggiore resistenza documentata alla disinformazione online, quelli dove i media di qualità reggono meglio e il modello degli abbonamenti funziona di più. Non è una coincidenza.
Se volessimo progettare in laboratorio la storia ideale per smascherare tutte le debolezze di un sistema informativo fragile, difficilmente potremmo fare di meglio del conflitto israelopalestinese. Gaza è stato il primo conflitto di questa scala nell’era di TikTok, e TikTok ha dimostrato una capacità di amplificazione delle narrative pro-palestinesi senza precedenti: non perché esista una cospirazione algoritmica, ma perché i contenuti emotivi — bambini feriti, famiglie sfollate, macerie — generano un engagement enormemente superiore a qualsiasi analisi contestuale. Attori statali e parastatali medio-orientali hanno investito risorse significative per alimentare queste narrative. Non si tratta di teoria del complotto: è una pratica documentata che riguarda tutti i conflitti moderni.
Il caso dell’ospedale Al-Ahli è stato emblematico. Nel giro di pochi minuti, il 17 ottobre 2023, gran parte dei media occidentali titolò che Israele aveva bombardato un ospedale causando centinaia di morti. Molti giornali e televisioni usarono titoli assertivi, senza condizionale. Nei giorni successivi, analisi indipendenti condotte da Associated Press, New York Times e BBC, insieme alle valutazioni delle intelligence americana e britannica — nonché di organizzazioni strutturalmente critiche verso Israele — misero fortemente in dubbio quella versione, indicando con elevata probabilità il malfunzionamento di un razzo palestinese. La rettifica non ebbe neppure l’1% dell’impatto della notizia iniziale. La menzogna aveva già vinto.
Dal 7 Ottobre di 3 anni fa abbiamo visto una serie impressionante di simili fake news in tutti i media occidentali , spesso smentiti troppo tardi quando il danno era già stato fatto
Il problema supera Israele. Se il giornalismo rinuncia alla funzione di filtro razionale e diventa amplificatore emotivo, la società perde strumenti di comprensione collettiva. Cresce la politica della rabbia. Aumentano l’estremismo e l’odio. Il passaggio da «critica a Netanyahu» ad «antisionismo» — la negazione del diritto di Israele a esistere — e infine ad antisemitismo è oggi molto più rapido di quanto la storia ci abbia abituati a pensare.
L’ecosistema italiano dei media, particolarmente debole, è stato vittima della propaganda dei social su Gaza in modo molto più severo dei media internazionali. La qualità dei titoli di molti quotidiani ne è la prova: sempre più spesso il titolo non descrive il contenuto dell’articolo, ma serve a produrre indignazione immediata nel lettore già predisposto. “Israele rompe la tregua bombardando il Libano” — poi nel testo si scopre che Hezbollah aveva lanciato missili poche ore prima. “Raid israeliano su civili in fuga” — e sotto si legge che nell’area operavano miliziani armati. Il titolo è diventato propaganda emotiva; il testo, spesso più sfumato, arriva troppo tardi. La maggioranza dei lettori si ferma al titolo, esattamente come sui social.
I talk show di molte TV, poi,fanno rabbrividire chiunque conosce l’ABC dell’informazione TV di qualità.
Il caso della flottiglia fermata in acque internazionali nelle scorse settimane è esemplare del meccanismo. Due talk show in parallelo mostravano politici scatenati sullo “scandaloso” arresto in acque internazionali, aizzati da conduttrici ancora più scatenate di loro. Il grande assente : quel “ diritto di replica” essenziale per i dibattiti di qualità . Che in questo caso avrebbe dimostrato che il rapporto Palmer dell’ONU — tutt’altro che amico di Israele — aveva considerato l’intervento legale perché a bordo c’erano rappresentanti di Hamas. La copertura è stata quasi unanimemente emotiva e guidata dalla viralità social: titoli costruiti sull’urgenza degli italiani fermati, sull’immagine potente delle barche in mare contro le navi militari, un racconto con eroi e cattivi chiaramente identificati.
Nessuno poi chiedeva: chi finanziava la missione? Alcune organizzazioni coinvolte avevano legami documentati con movimenti filoiraniani o dei Fratelli Musulmani. Nessuno faceva notare che la quantità di aiuti trasportabili dalla flottiglia era simbolica rispetto ai bisogni reali di Gaza, e che gli stessi organizzatori avevano dichiarato apertamente che l’obiettivo principale era mediatico — creare un’immagine, provocare una reazione. Esistevano canali legittimi già attivi per l’invio di aiuti umanitari che la flottiglia non utilizzava.
Il pubblico italiano arriva al conflitto di Gaza con un pregiudizio strutturale formatosi nel tempo. La sinistra italiana — che ha tradizionalmente la maggiore influenza nel mondo culturale e quindi indirettamente nei media — ha storicamente una posizione critica verso Israele che risale agli anni Settanta, quando il terrorismo palestinese veniva letto in chiave anticoloniale. Questo pregiudizio preesistente abbassa la soglia critica: una notizia che conferma quello che già credi viene verificata meno di una notizia che lo contraddice. In Italia, con un sistema di formazione al pensiero critico particolarmente debole, questo meccanismo agisce con meno resistenza che altrove. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: secondo un sondaggio YouGov del marzo 2024, solo il 9% degli italiani giustifica le operazioni israeliane a Gaza successive al 7 ottobre, contro il 18% nel Regno Unito e il 25% in Francia e Germania.
Come se ne esce? La prima proposta guarda alla RAI. Per scala, risorse e presenza territoriale è l’unico soggetto capace di fissare un benchmark per l’intero sistema informativo italiano. Ma la governance attuale la rende impossibile: un Comitato di Vigilanza fatto di soli parlamentari che contano i minuti di “par condicio”, un Consiglio di Amministrazione nominato dalla politica che si occupa di formalità amministrative e giuridiche . Il modello da guardare è quello tedesco: ARD e ZDF hanno una governance radicalmente diversa. Al posto della commissione parlamentare di vigilanza esiste un Consiglio di Sorveglianza, il supremo organo di controllo della qualità e dell’indipendenza, composto da rappresentanti selezionati della società civile, chiese, sindacati, università. I politici sono assenti . Il Consiglio a sua volta nomina l’AD e il Consiglio di Amministrazione che controlla la gestione e nomina i direttori di programma ed è costituto da esperti di media , tecnologia e business.
La seconda proposta è di Karl Popper, 1994: chi ha il potere di formare l’opinione di milioni di persone dovrebbe rispondere del proprio lavoro come un medico o un avvocato. Una licenza professionale revocabile. Non censura: responsabilità. L’Ordine dei Giornalisti italiano esiste già, ma non ha mai radiato nessuno per disinformazione sistematica e, come la maggioranza degli ordini professionali in Italia, non si preoccupa della qualità del servizio ma protegge i propri iscritti. Popper non chiedeva un albo burocratico: chiedeva una responsabilità sostanziale proporzionata al potere esercitato. Nell’era dei social è ancora più utopica di trent’anni fa. E ancora più necessaria.
In tutto il mondo la crisi dei media rischia di essere una crisi della democrazia ,sia da sinistra che da destra . Ma l’Italia ha una responsabilità particolare. Fu l’unico Paese dell’Europa occidentale a consegnare spontaneamente ai campi di sterminio una quota significativa dei propri ebrei: circa il 20% di quelli presenti sul territorio, in un contesto in cui la Germania ne deportò poco meno del 30%. La Germania ha fatto la Vergangenheitsbewaltgung,una profonda autocritica che da noi non è mai stata fatta perché la Resistenza ha funzionato come alibi collettivo, “ noi eravamo partigiani “ ,quindi la colpa era degli altri, dei fascisti e dei tedeschi . Quella storia dovrebbe renderci i più vigili, i più esigenti, i più rigorosi. Invece rischiamo di essere tra i meno attrezzati. Non è una colpa ideologica, gli italiani non sono più antisemiti dei francesi o degli spagnoli : è un fallimento professionale dei nostri media , oltre che della politica. Ed è ancora possibile correggerlo.
Questo articolo è apparso in versione più estesa su Il Riformista
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