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Dal nonno ad Auschwitz alla marcia per Israele, la storia di Anna Suzette Pfeiffer

Ha scoperto negli archivi di Yad Vashem che il nonno contribuì al funzionamento del campo di sterminio di Auschwitz. Oggi è tra i protagonisti di March of Life, il movimento dei discendenti di nazisti che sfila accanto a Israele contro l’antisemitismo

Shira Navon

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Dal nonno ad Auschwitz alla marcia per Israele, la storia di Anna Suzette Pfeiffer

Quando Anna Suzette Pfeiffer cammina per le strade di Gerusalemme, porta al collo una collana d’oro con incisa una sola parola in ebraico: Tikva, speranza. A ventitré anni parla un ebraico quasi perfetto, trascorre lunghi periodi in Israele e dedica il suo tempo a spiegare come l’antisemitismo continui a sopravvivere anche dopo la Shoah. La sua storia personale, però, contiene un peso che pochi della sua generazione devono affrontare.

Negli archivi di Yad Vashem ha scoperto che suo nonno lavorava nel campo di sterminio di Auschwitz. Le ricerche che ha condotto negli anni hanno portato alla luce dettagli ancora più inquietanti. Oltre a svolgere mansioni amministrative, l’uomo era coinvolto nel funzionamento delle infrastrutture del campo, compreso il sistema di elettrificazione delle recinzioni di filo spinato, e aveva lavorato anche nelle aree collegate alle camere a gas.

Per Anna, confrontarsi con quel passato è diventato una missione personale.La giovane tedesca è arrivata in Israele insieme a circa cinquecento membri di March of Life, un movimento internazionale composto in gran parte da figli, nipoti e pronipoti di ufficiali e soldati del Terzo Reich che hanno scelto di affrontare pubblicamente la storia delle proprie famiglie e di esprimere solidarietà al popolo ebraico e allo Stato di Israele.

Durante l’ultimo anno il movimento ha organizzato oltre cento manifestazioni in diverse città del mondo a sostegno delle comunità ebraiche e contro l’antisemitismo. La delegazione arrivata in Israele partecipa in questi giorni a marce e incontri ad Haifa, Netanya, Ashkelon, Tiberiade e in altre località del Paese.

Parallelamente è stata inaugurata a Gerusalemme una nuova mostra dedicata all’evoluzione dell’antisemitismo nel corso dei secoli, dalla persecuzione degli ebrei in Europa fino alle manifestazioni contemporanee di ostilità verso Israele. Pfeiffer è tra le promotrici dell’iniziativa.“Sono piena di rimpianto e di dolore”, racconta. “Però, anche se non posso cambiare il passato, posso influenzare il presente e il futuro. È importante per me che gli israeliani sappiano di non essere soli. Noi siamo qui per loro e continueremo a esserci”.

Il suo legame con Israele non nasce soltanto dalla memoria della Shoah. Per due anni ha svolto attività di volontariato presso Adi Negev, nel sud del Paese, esperienza che le ha permesso di imparare l’ebraico e di conoscere da vicino la realtà israeliana. La collana che porta al collo le è stata donata da Louis Har, uno degli ostaggi liberati dalla prigionia di Hamas nella Striscia di Gaza.

Pfeiffer vive oggi in Germania, ma resterà in Israele fino alla fine di settembre. Racconta che molti suoi amici non comprendono la scelta di trovarsi nel Paese proprio mentre continua la guerra.“Pensavano che sarei morta qui”, dice sorridendo amaramente. “Non capivano perché volessi venire in Israele in questo momento”.Secondo lei, l’ondata di antisemitismo esplosa dopo il 7 ottobre dimostra che molti pregiudizi antiebraici non sono mai realmente scomparsi.

Ne è convinta soprattutto dopo aver osservato alcuni episodi recenti avvenuti in Europa. Ricorda il caso che ha suscitato scalpore a Barcellona, dove due donne sarebbero state respinte da una sauna femminile dopo che una di loro era stata vista indossare una collana con la Stella di David.

“In Germania studiamo ancora la Shoah nelle scuole”, spiega. “In Spagna mi sembra che si parli molto meno dell’antisemitismo, dell’Inquisizione, dei rapporti con il nazismo e del ruolo che alcuni Paesi ispanoamericani ebbero nell’accogliere criminali nazisti dopo la guerra. Per questo è fondamentale parlare del passato”.La giovane attivista respinge con particolare fermezza i paragoni sempre più frequenti tra Israele e la Germania nazista.

“Questi sono i volti dell’antisemitismo”, afferma. “Nel Medioevo gli ebrei venivano accusati di uccidere bambini. Oggi gli stessi stereotipi vengono applicati agli israeliani dopo quello che Hamas ha fatto il 7 ottobre. L’antisemitismo cambia volto con il passare del tempo, ma il significato e l’intenzione restano identici”.Pfeiffer critica anche la convinzione, diffusa in parte dell’opinione pubblica europea, secondo cui il dialogo possa risolvere qualsiasi conflitto.“In Europa siamo molto umanitari e pensiamo che basti parlare con tutti per raggiungere la pace”, osserva. “Con i terroristi questo approccio non funziona”.

La sua vicenda racconta una Germania poco conosciuta, lontana sia dai sensi di colpa rituali sia dall’indifferenza. Una Germania nella quale alcuni discendenti di chi servì il regime nazista hanno scelto di confrontarsi apertamente con la storia delle proprie famiglie e di trasformare quella consapevolezza in un impegno concreto contro l’antisemitismo. Per Anna Suzette Pfeiffer la responsabilità della memoria non consiste nel portare il peso delle colpe dei nonni. Consiste nel decidere che cosa fare oggi, sapendo perfettamente da dove si viene.


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