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Da Gaza. Oltre il confine, oltre la propaganda

Dal confine israeliano un viaggio fra le macerie, la propaganda e la memoria di un mondo che il 7 ottobre ha cancellato

Andrea Morigi

Tempo di Lettura: 4 min
Da Gaza. Oltre il confine, oltre la propaganda

Dalla collina Givat Kobi, a Sderot, sul confine israeliano si vede Gaza. Oltre mille giorni dopo il massacro del 7 ottobre, non è tutta distrutta. A destra una casa in macerie. A sinistra un complesso di palazzine intatte.Nella boscaglia che ha ospitato il Nova Festival, Mazal Tazazo,

Sopravvissuta perché si è finta morta, rivive per i visitatori i momenti di terrore della carneficina di 378 vittime, gli stupri e la cattura di 44 ragazzi. Un boato lontano alle nostre spalle interrompe il flusso delle parole. Dicono che càpita quando abbattono un edificio in sicurezza per non lasciare che crolli all’improvviso sui passanti. Darebbero la colpa a Israele, se avvenisse.

Non c’è più crimine di cui gli ebrei non siano ritenuti responsabili. Yad Vashem è un labirinto che parte dalle accuse che nei secoli hanno preso come obiettivo il popolo eletto. Siccome non te la puoi prendere direttamente con Dio perché è troppo in alto, metti la Stella di David, che lo annuncia, al centro del mirino, un po’ più in basso.

Ai popoli non si dice che Tsahal avverte i residenti delle aree a rischio di evacuare le zone che saranno colpite, che lancia prima un segnale – la bomba toc-toc, che non è una bomba – sul tetto della casa che sta per esplodere e solo dopo qualche minuto la fa saltare in aria. A volte sono asili d’infanzia o abitazioni private, presi in affitto da Hamas che poi scavava in giardino per aprire l’ennesimo ingresso alla rete dei tunnel.

Sottoterra c’è la città della guerra santa, con gli arsenali, i rifugi, i luoghi di prigionia degli ostaggi, i topi e gli scarafaggi. Ecco l’inferno islamico costruito per due decenni grazie agli aiuti umanitari. Il mondo, impietosito dalla propaganda illusionistica dei Fratelli Musulmani e dei pasdaran iraniani, mandava tubature per gli impianti idrici, che poi venivano utilizzate per costruire missili. Se arrivavano scorte di profilattici per il controllo delle nascite, i condom venivano gonfiati con gas incendiario e lanciati sui campi coltivati per distruggere il raccolto sionista. Senza capire che le forniture alimentari arrivavano proprio da lì.

Mentre si parla del “popolo palestinese”, delle sue sofferenze evidenti, si dimentica che i terroristi hanno dei complici e dei sostenitori, all’esterno e all’interno della Striscia. Dopo l’ennesima occupazione dei magazzini del World Food Program dove si conservano i beni destinati ai profughi affamati, perfino l’ONU si è accorta e si lamenta delle ruberie e degli assalti ai convogli che trasportano cibo, medicinali e generi di prima necessità, di cui Hamas impedisce la distribuzione.

Troppo tardi. Ora c’è da purificare la memoria inquinata da decenni di menzogne. Le gallerie del sottosuolo si possono disintegrare o riempire di cemento in mezza mattinata. Ricostruire la verità storica sarà un processo più lungo e faticoso.

Bisogna risalire all’epoca della pacifica convivenza fra i kibbutzim e i vicini palestinesi, all’infanzia delle ragazze di Kfar-Aza come Orit Zadikevitch, che andava in spiaggia a Gaza da sola quando i cellulari non erano ancora stati inventati, gli ebrei vendevano i loro prodotti agricoli al mercato arabo oltre l’attuale frontiera e facevano riparare l’automobile dal meccanico musulmano. Un mondo perduto. Ora la ragazza che faceva il bagno in mare davanti alla Striscia è diventata mamma e si aggira fra le spettrali casette del villaggio in cui sono state sterminate brutalmente 80 persone e altre 19 sono state rapite. Una battaglia durata quattro giorni prima di liberare la zona dai tagliagole. E molto più tempo è stato necessario per ritrovare le teste mozzate, i brandelli di corpi umani dispersi nei campi, e ricelebrare il funerale ogni volta come prescrive il rito ebraico. Chissà quanti anni serviranno per riconquistare la speranza.