Per anni CODEPINK ha goduto in Occidente di una reputazione quasi romantica, quella delle attiviste pacifiste, delle campagne contro le guerre americane, delle manifestazioni colorate davanti alla Casa Bianca o al Congresso. Poi, lentamente, sotto quella superficie fatta di slogan contro il militarismo e fotografie con cartelli arcobaleno, ha cominciato ad affiorare un’altra realtà, molto più opaca e politicamente inquietante, nella quale compaiono dirigenti di Hamas, apparati mediatici iraniani, campagne coordinate contro Israele e una rete internazionale di relazioni che oggi sta attirando l’attenzione di ricercatori, giornalisti e autorità americane.
Un nuovo rapporto pubblicato dal Network Contagion Research Institute, organizzazione statunitense specializzata nello studio delle reti radicali e della propaganda estremista, dedica decine di pagine all’attività di Medea Benjamin, storica fondatrice di CODEPINK, cercando di ricostruire il sistema di rapporti politici, finanziari e ideologici sviluppato negli ultimi anni attorno all’organizzazione.
Il documento parte da un fatto preciso. Nel 2009 CODEPINK annunciò ufficialmente una delegazione diretta a Gaza che prevedeva incontri con esponenti di Hamas. Pochi mesi dopo, la stessa Medea Benjamin scrisse di avere trasportato fuori dalla Striscia una lettera del governo di Hamas da consegnare a funzionari americani durante la visita del presidente Barack Obama al Cairo. Non si trattava quindi di contatti indiretti o occasionali. I rapporti con Hamas comparivano apertamente nelle comunicazioni pubbliche dell’organizzazione.
Secondo il rapporto NCRI, Benjamin avrebbe effettuato almeno sette viaggi a Gaza tra il 2009 e il 2012 incontrando dirigenti del governo controllato da Hamas. Una fotografia del 2012, tornata a circolare in questi giorni, la mostra insieme all’attivista Tighe Barry accanto a Ismail Haniyeh, allora leader politico dell’organizzazione islamista palestinese poi ucciso da Israele. Nella stessa immagine compare anche Ramy Abdu, fondatore di Euro-Med Human Rights Monitor, organizzazione più volte accusata da NGO Monitor e da ambienti israeliani di avere legami con Hamas e di diffondere accuse false contro Israele.L’aspetto più interessante del rapporto riguarda però il modo in cui queste reti si sovrappongono e si rafforzano a vicenda. Gli autori descrivono un ecosistema internazionale nel quale fondazioni private, campagne per i diritti umani, attivismo anti-israeliano, media vicini all’Iran e organizzazioni pseudo-umanitarie finiscono spesso per muoversi nella stessa direzione politica, pur mantenendo formalmente strutture separate.
Tra i nomi citati compare Arc of Justice, fondazione privata con sede a Miami che, secondo documenti fiscali americani riportati da ProPublica, dispone di decine di milioni di dollari di patrimonio. Il rapporto si chiede quale sia il ruolo di queste strutture nel sostenere campagne politiche e iniziative internazionali legate a Cuba, Gaza e all’Iran.Negli Stati Uniti la vicenda sta assumendo anche un profilo giudiziario. Fox News Digital ha riferito che Medea Benjamin e lo streamer Hasan Piker sarebbero stati raggiunti da subpoenas del Dipartimento del Tesoro nell’ambito di un’indagine relativa a possibili violazioni del regime sanzionatorio americano durante viaggi organizzati a Cuba nel marzo 2026. Secondo quanto riportato, le autorità starebbero verificando eventuali trasferimenti di beni, coordinamenti logistici o attività finanziarie incompatibili con le norme statunitensi.
Parallelamente il rapporto NCRI dedica ampio spazio ai rapporti tra Medea Benjamin e l’Iran. Vengono citate partecipazioni a conferenze collegate ad ambienti governativi iraniani, apparizioni su Press TV, rete controllata dallo Stato iraniano, e contatti con piattaforme accusate di promuovere campagne di influenza anti-occidentali. Il punto politico, però, supera la figura di Medea Benjamin. La questione riguarda la trasformazione di una parte dell’attivismo occidentale, che negli ultimi anni ha progressivamente abbandonato la tradizionale cultura liberal dei diritti civili per avvicinarsi a movimenti e regimi apertamente autoritari, purché collocati nel campo antiamericano o anti-israeliano.
Dentro questo slittamento ideologico, Hamas viene sempre più spesso ripresentato come “movimento di resistenza”, Hezbollah come interlocutore politico, l’Iran come vittima dell’imperialismo occidentale. Le donne oppresse dal regime iraniano, gli oppositori incarcerati, gli omosessuali perseguitati a Teheran o gli stessi palestinesi repressi da Hamas spariscono quasi completamente dal quadro. Resta così un attivismo che continua a definirsi progressista mentre finisce, di fatto, per legittimare alcune delle forze più oscurantiste e repressive del Medio Oriente contemporaneo. E il problema, per l’Occidente, diventa molto più grande di una manifestazione con le bandiere rosa di CODEPINK.

