La clamorosa uscita di scena di Keir Starmer apre una nuova fase della politica britannica e porta al centro della scena un uomo che fino a pochi anni fa sembrava destinato a restare confinato nella politica locale del Nord dell’Inghilterra. Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, la grande area metropolitana che comprende Manchester e numerosi comuni circostanti, appare oggi il principale favorito per prendere le redini del governo e trasferirsi al numero 10 di Downing Street. Se il passaggio verrà confermato, il Regno Unito avrà il suo settimo primo ministro in appena dieci anni, una rotazione che racconta meglio di qualsiasi analisi la profonda instabilità attraversata dalla politica britannica nell’ultimo decennio.
Burnham arriva a questo appuntamento forte di un successo elettorale che ha sorpreso perfino molti osservatori. Nelle elezioni suppletive per il collegio di Makerfield, organizzate per consentirgli di tornare alla Camera dei Comuni, ha ottenuto una vittoria netta che ha rafforzato l’idea, diffusa tra dirigenti e militanti laburisti, che sia lui l’unico leader in grado di contrastare efficacemente l’ascesa di Nigel Farage e della Reform UK nelle prossime elezioni generali.
A 56 anni, Burnham possiede una caratteristica sempre più rara nella politica contemporanea. Pur presentandosi come interprete delle esigenze dell’Inghilterra settentrionale e come voce alternativa all’establishment londinese, conosce perfettamente i meccanismi del potere. Deputato dal 2001 al 2017, ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, due volte candidato alla guida del Labour, ha accumulato un’esperienza che pochi dei suoi rivali possono vantare.
La stampa britannica lo ha soprannominato il “re del Nord dell’Inghilterra”, un titolo guadagnato soprattutto durante la pandemia, quando sfidò apertamente il governo centrale difendendo gli interessi economici e sociali delle comunità settentrionali. Da allora la sua immagine si è consolidata come quella di un amministratore pragmatico, vicino agli elettori e capace di tradurre in risultati concreti alcune delle tradizionali battaglie laburiste.
Sul piano economico Burnham si colloca nell’area della cosiddetta soft left, la sinistra moderata del Labour. Sostiene un maggiore intervento pubblico nei servizi essenziali e ha indicato il modello dei trasporti di Manchester come esempio da estendere al resto del Paese. Durante la recente campagna elettorale ha promesso di intervenire sul costo della vita, proponendo un controllo pubblico più forte su settori strategici come acqua, energia e trasporto locale. Allo stesso tempo ha rassicurato i mercati prendendo le distanze da alcune posizioni più radicali sostenute in passato, segnale che una sua eventuale leadership cercherebbe un equilibrio tra spesa sociale e disciplina fiscale.
La questione che interessa maggiormente Israele riguarda però la sua evoluzione politica negli ultimi anni. Nel 2015 Burnham era considerato uno degli amici più affidabili dello Stato ebraico all’interno del Labour. Durante la campagna per la leadership del partito promise che Israele sarebbe stata la prima destinazione del suo primo viaggio all’estero in caso di vittoria. Nello stesso periodo condannò apertamente il movimento BDS, definendolo dannoso e divisivo, e descrisse Israele come una democrazia caratterizzata da una lunga tradizione di tutela delle minoranze e dei diritti civili.
L’esplosione della guerra seguita al massacro del 7 ottobre 2023 ha tuttavia modificato il tono delle sue dichiarazioni. Burnham ha condannato senza esitazioni l’attacco di Hamas, ma poche settimane più tardi si è schierato a favore di un cessate il fuoco, assumendo una posizione più critica rispetto a quella inizialmente sostenuta da Starmer. Ha inoltre chiesto un’accelerazione sul riconoscimento dello Stato palestinese, tema sul quale si era espresso favorevolmente già molti anni prima.
Questa evoluzione non ha però cancellato le sue posizioni storicamente favorevoli a Israele. Burnham continua infatti a respingere l’accusa di genocidio rivolta allo Stato ebraico da una parte della sinistra radicale britannica e insiste sulla necessità di affidare eventuali valutazioni giuridiche a processi d’indagine indipendenti. In una recente intervista al Guardian ha espresso preoccupazione per quello che ha definito il carattere “sproporzionato” della distruzione a Gaza, evitando però le formulazioni più estreme che caratterizzano una parte del dibattito politico europeo.
Proprio questo equilibrio spiega perché la sua possibile ascesa venga osservata con attenzione sia a Gerusalemme sia all’interno delle comunità ebraiche britanniche. La sinistra più radicale continua a considerarlo troppo vicino a Israele. Zara Sultana, ex deputata laburista passata a posizioni più estreme, lo ha attaccato ricordando la sua appartenenza al gruppo Labour Friends of Israel e il suo storico rifiuto delle campagne di boicottaggio.
La realtà è probabilmente più complessa. Burnham appartiene a quella tradizione laburista che sostiene la soluzione dei due Stati, difende il diritto di Israele a esistere e a garantire la propria sicurezza, ma ritiene legittimo criticare alcune decisioni dei governi israeliani. Se davvero diventerà primo ministro, difficilmente Londra assisterà a una svolta drammatica nei rapporti con Israele. Più plausibile appare un progressivo irrigidimento del linguaggio diplomatico sulla guerra di Gaza accompagnato dal mantenimento della storica cooperazione strategica tra i due Paesi.
Dopo anni di turbolenze politiche, il Regno Unito sembra pronto a consegnare il timone a un leader che promette stabilità e pragmatismo. Per Israele e per la comunità ebraica britannica la vera incognita riguarda il modo in cui Burnham tradurrà in politica estera il difficile equilibrio che ha cercato di mantenere negli ultimi anni tra sostegno allo Stato ebraico e critiche alla guerra di Gaza.
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