Per decenni l’invecchiamento è stato considerato una strada a senso unico, un lento deterioramento biologico che la medicina poteva rallentare appena, senza mai riuscire davvero a invertire. Adesso un gruppo di ricercatori israeliani sostiene di avere ottenuto un risultato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza: riportare cellule anziane del fegato di topo verso uno stato biologico molto più giovane intervenendo sulla struttura stessa del DNA.
Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications e realizzato da ricercatori della Bar-Ilan University, del National Institute on Aging statunitense e della Tel Aviv University, ruota attorno a una proteina chiamata SIRT6, già nota da anni negli ambienti scientifici come una delle chiavi biologiche della longevità.
Secondo il professor Haim Cohen, direttore del Sagol Healthy Human Longevity Center della Bar-Ilan University e supervisore della ricerca, l’esperimento ha dimostrato che alcuni processi legati all’età possono essere “riavvolti”. In pratica, aumentando i livelli della proteina SIRT6 nel fegato di topi anziani, gli scienziati hanno osservato una riorganizzazione del DNA simile a quella presente in organismi molto più giovani.
Dietro questa scoperta c’è un meccanismo biologico estremamente sofisticato. Con l’avanzare dell’età, la struttura che organizza il DNA all’interno del nucleo cellulare — la cromatina — tende progressivamente a disordinarsi. Questo caos molecolare favorisce l’attivazione di geni associati all’infiammazione, al deterioramento cellulare e a numerose malattie degenerative.
La SIRT6 agisce invece come una sorta di regolatore interno. I ricercatori hanno individuato in particolare il ruolo di un marcatore chimico chiamato H3K9ac, una specie di “interruttore” che decide quali regioni del DNA devono restare aperte o chiuse. Nei topi anziani questo sistema rimaneva bloccato in posizione aperta, attivando geni dannosi. L’aumento della SIRT6 ha consentito di richiudere questi interruttori, riportando la cromatina verso una configurazione più compatta e biologicamente giovane.
Cohen lavora da anni su questa proteina e già nel 2012 era diventato il primo ricercatore al mondo a prolungare la vita di topi aumentando artificialmente i livelli di SIRT6. Oggi il suo laboratorio punta apertamente a trasformare queste ricerche in future applicazioni mediche per gli esseri umani. Proprio per questo è nata SirTlab, società biotecnologica fondata all’interno della Bar-Ilan University con l’obiettivo di sviluppare terapie anti-invecchiamento basate sulla proteina.
La ricerca israeliana si inserisce in una competizione scientifica e industriale gigantesca che coinvolge laboratori, fondi d’investimento e multinazionali della biotecnologia in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, colossi della Silicon Valley investono miliardi nella cosiddetta geroscienza, il settore che studia i meccanismi biologici dell’invecchiamento per cercare di estendere non soltanto la durata della vita ma soprattutto gli anni vissuti in buona salute.
Fra gli studiosi che guardano con attenzione ai risultati israeliani c’è Nir Barzilai, direttore dell’Institute for Aging Research dell’Albert Einstein College of Medicine di New York e fra i massimi esperti mondiali di longevità. Barzilai, che non ha partecipato allo studio, ha spiegato al Times of Israel di avere individuato mutazioni della SIRT6 in alcuni centenari e ha definito questa linea di ricerca “probabilmente la scoperta più importante della biologia umana”.
Naturalmente la distanza fra un esperimento sui topi e una terapia applicabile all’uomo resta enorme. Nessuno oggi può dire se e quando questi risultati diventeranno cure concrete. Eppure il dato più impressionante emerge proprio dal cambio di prospettiva: l’invecchiamento comincia a essere considerato un processo biologico modificabile, almeno in parte, e non più soltanto una condanna inevitabile scritta nel corpo umano.
Per questo motivo molti scienziati guardano a ricerche come quella della Bar-Ilan University come a uno dei possibili spartiacque della medicina del XXI secolo. Se davvero il deterioramento cellulare potrà essere rallentato o invertito, il confine fra cura delle malattie e trasformazione stessa della vita umana diventerà molto più sottile di quanto siamo stati abituati a immaginare.

