Come si decide se un algoritmo è abbastanza affidabile da entrare in un ospedale e incidere sulla cura di un paziente? L’Organizzazione mondiale della sanità indica ora tra le possibili risposte un modello sviluppato in Israele. Si chiama OPTICA ed è il protocollo con cui Clalit Health Services valuta i sistemi di intelligenza artificiale prima della loro introduzione nella pratica clinica.
Il riconoscimento compare nel rapporto pubblicato il 26 giugno dall’Ufficio europeo dell’OMS, Bridging theory and practice, dedicato al problema che accompagna ormai tutta la medicina digitale: trasformare le potenzialità dell’IA in applicazioni realmente utilizzabili, mantenendo sotto controllo sicurezza, efficacia, privacy e responsabilità. Il documento raccoglie undici casi provenienti da sette Paesi e dedica particolare attenzione all’esperienza israeliana, presente in tre diversi esempi.
Clalit è il maggiore servizio sanitario israeliano e assiste quasi cinque milioni di persone, gestendo ospedali, ambulatori e strutture territoriali. La disponibilità di cartelle cliniche longitudinali e la forte integrazione tra assistenza primaria e ospedaliera hanno permesso all’organizzazione di sviluppare negli anni applicazioni avanzate di medicina predittiva. Il problema, con il moltiplicarsi degli strumenti di IA, era capire quali potessero essere effettivamente affidati ai medici.
OPTICA, acronimo di Organizational Perspective Checklist for AI solutions adoption, nasce per questo. Prima di essere adottato, un sistema può essere sottoposto a decine di verifiche che riguardano la sicurezza del paziente, la qualità dei risultati, la protezione dei dati, i rischi di distorsione, l’integrazione nel lavoro quotidiano dei sanitari, i costi e l’effettiva utilità clinica. La valutazione coinvolge medici, tecnici, esperti di sicurezza informatica e responsabili dell’organizzazione.
Il controllo prosegue anche dopo l’introduzione dell’algoritmo. È un passaggio decisivo perché un modello può modificarsi nel tempo, essere aggiornato dal produttore oppure comportarsi in maniera diversa su popolazioni differenti da quelle sulle quali è stato inizialmente sviluppato. Il professor Ran Balicer, responsabile dell’innovazione di Clalit, insiste da tempo proprio su questo punto: in medicina l’efficacia tecnica di un sistema rappresenta soltanto una parte del problema.
Il rapporto dell’OMS dedica spazio anche ai risultati ottenuti dall’intelligenza artificiale già applicata ai pazienti. Uno dei casi riguarda l’epatite C, infezione che può restare silenziosa per anni e provocare danni epatici gravi prima della diagnosi. Utilizzando circa venticinque anni di dati sanitari, i ricercatori di Clalit hanno sviluppato un modello capace di individuare persone con caratteristiche compatibili con un’infezione mai diagnosticata.
Tra circa cinquecento pazienti selezionati dall’algoritmo come particolarmente a rischio ne furono individuati 38 effettivamente affetti da epatite C. Secondo Clalit, il sistema rese la ricerca dei casi circa cento volte più efficiente rispetto a uno screening indiscriminato della popolazione. È il genere di applicazione che interessa maggiormente i sistemi sanitari, perché consente di concentrare risorse e controlli sui pazienti che hanno maggiori probabilità di averne bisogno.
Un altro caso israeliano esaminato dall’OMS riguarda Aidoc, azienda nata a Tel Aviv e specializzata nell’analisi delle immagini radiologiche mediante intelligenza artificiale. I suoi algoritmi possono segnalare rapidamente immagini sospette e aiutare i radiologi a stabilire le priorità, soprattutto nelle situazioni nelle quali pochi minuti possono incidere sulla prognosi.
Proprio questi esempi spiegano il cambio di prospettiva che sta attraversando l’intero settore. La corsa all’IA medica ha prodotto negli ultimi anni migliaia di applicazioni capaci di riconoscere immagini, elaborare cartelle cliniche, individuare rischi e suggerire diagnosi. La domanda centrale riguarda ormai la loro integrazione nella medicina reale, dove ogni errore può riguardare una persona concreta.
Israele si trova in una posizione particolare in questa transizione. La digitalizzazione precoce del sistema sanitario, la disponibilità di grandi quantità di dati longitudinali e il rapporto stretto tra ospedali, ricerca e industria tecnologica hanno trasformato il Paese in uno dei laboratori più avanzati dell’IA applicata alla salute.
Con OPTICA quel laboratorio offre ora qualcosa di diverso da un nuovo algoritmo. Offre un metodo per decidere quali algoritmi meritino di essere utilizzati. Ed è forse proprio questa, nella fase in cui l’intelligenza artificiale entra sempre più rapidamente negli ospedali, l’innovazione di cui la medicina ha maggiore bisogno.