Un uomo di 77 anni con un glioblastoma recidivante è stato trattato all’Hadassah University Medical Center di Gerusalemme con Alpha DaRT, una tecnologia sperimentale che porta particelle alfa direttamente all’interno della massa tumorale, limitando l’esposizione del tessuto cerebrale circostante. È il primo intervento di questo tipo eseguito in Israele e il primo fuori dagli Stati Uniti, dove la tecnica è già oggetto di una sperimentazione clinica autorizzata dalla Food and Drug Administration.
Il paziente era stato precedentemente sottoposto alle terapie previste per questa forma di tumore e la malattia si era ripresentata. L’équipe multidisciplinare dell’Hadassah, guidata dal professor Yigal Shoshan, ha inserito nel tumore le sorgenti radioattive attraverso un piccolo foro praticato nel cranio, utilizzando un sistema di neuronavigazione stereotassica in tempo reale. La stessa tecnologia permette ai neurochirurghi di raggiungere con precisione millimetrica aree profonde del cervello durante una biopsia.
Il principio su cui si basa Alpha DaRT, acronimo di Diffusing Alpha-emitters Radiation Therapy, è diverso da quello della radioterapia convenzionale. Le particelle alfa possiedono un’elevata capacità di distruggere le cellule che incontrano, mentre percorrono distanze molto brevi nei tessuti. Le sorgenti contenenti radio-224 vengono collocate direttamente nella neoplasia e generano una catena di decadimento i cui prodotti radioattivi si diffondono per alcuni millimetri, irradiando il tumore dall’interno. L’obiettivo è concentrare una dose biologicamente molto potente nell’area malata riducendo quella assorbita dalle strutture sane vicine.
Proprio questa caratteristica rende la tecnologia particolarmente interessante nel cervello, dove pochi millimetri possono separare la massa tumorale da strutture indispensabili per il linguaggio, il movimento o altre funzioni neurologiche. Nel caso trattato a Gerusalemme la procedura è stata completata senza complicazioni impreviste. Questo dato riguarda tuttavia la fattibilità immediata dell’intervento e sarebbe prematuro trasformarlo in una prova dell’efficacia della terapia.
Il glioblastoma rimane infatti una delle sfide più difficili dell’oncologia. È il tumore cerebrale maligno primitivo più aggressivo e frequente nell’adulto e, dopo il trattamento iniziale con chirurgia, radioterapia e chemioterapia, la recidiva è estremamente comune. Quando la malattia ritorna, le possibilità terapeutiche diventano limitate anche perché sottoporre nuovamente il cervello a radiazioni può comportare rischi considerevoli.
Alpha DaRT è stata sviluppata dalla società israeliana Alpha Tau Medical, nata dalla ricerca condotta all’Università di Tel Aviv. La tecnologia viene studiata in differenti tumori solidi e il suo impiego contro il glioblastoma è ancora in fase sperimentale. Negli Stati Uniti è in corso lo studio REGAIN, destinato a pazienti con malattia recidivante già sottoposti a radioterapia e per i quali la resezione chirurgica non rappresenta un’opzione.
I primi dati americani, resi pubblici nel maggio scorso, hanno attirato l’attenzione degli oncologi. Nei primi tre pazienti trattati, due hanno mostrato alle successive risonanze magnetiche una risposta completa secondo i criteri utilizzati nello studio, mentre nel terzo la malattia è risultata stabile con una riduzione delle dimensioni tumorali del 30 per cento. Si tratta di numeri ancora troppo piccoli per trarre conclusioni cliniche, sebbene sufficientemente incoraggianti da indurre la FDA, dopo l’analisi intermedia sulla sicurezza, ad autorizzare in giugno il completamento dell’arruolamento dei dieci pazienti previsti e l’ingresso di altri due centri oncologici statunitensi.
L’esperienza di Gerusalemme aggiunge ora il primo caso internazionale a questo percorso. I ricercatori dovranno verificare nel tempo sicurezza, durata della risposta e reale capacità della tecnica di modificare l’evoluzione della malattia, attraverso studi su un numero molto maggiore di pazienti.
È questa la distanza che separa una tecnologia promettente da una nuova terapia oncologica. Nel glioblastoma, dove ogni progresso si misura contro una malattia che continua ad avere una prognosi severissima, l’esperimento avviato tra Stati Uniti e Israele merita perciò attenzione proprio senza anticiparne il verdetto.