Nelle scorse settimane a Tel Aviv si è tenuto BioMed Israel 2026, un congresso internazionale dedicato ai settori delle life sciences e del medtech che rappresenta da sempre un punto di riferimento per la ricerca, l’innovazione e tutti i componenti di quel dinamico ecosistema che ha fatto di Israele la Start-Up Nation.
Gli argomenti affrontati hanno spaziato in ambiti molto diversi. Dalla ricerca fondamentale, che trova poi applicazione clinica nello sviluppo di nuovi farmaci, allo studio dei nuovi materiali e delle loro applicazioni in ortopedia. Dalla bioconvergenza tra ricerca biologica, medtech e big data, che consente di sviluppare strumenti diagnostici e terapeutici sempre più efficaci accompagnati da un monitoraggio continuo del paziente, alla systems biology che, attraverso l’analisi della complessità cellulare, integra i diversi meccanismi intracellulari coinvolti nella genesi delle malattie.
Grande attenzione è stata dedicata anche agli studi sperimentali sul funzionamento del cervello. In questo settore neurochirurgia, neuroscienze e nuovi dispositivi medici per la trasmissione del segnale consentono oggi percorsi di riabilitazione sempre più efficaci e il recupero di funzioni perdute in pazienti colpiti da patologie o da gravi traumi. Ampio spazio è stato riservato inoltre all’intelligenza artificiale applicata all’attività clinica e alla drug discovery, quel lungo e complesso processo che conduce all’identificazione di farmaci sempre più efficaci, così come ai computer quantistici e alle loro possibili applicazioni in medicina e in numerosi altri settori di rilevanza sociale, economica e geopolitica.
Sono stati tre giorni molto intensi, scanditi da keynote lectures, presentazioni aziendali, incontri con start-up, progetti di ricerca e tavole rotonde. Il tutto in un ambiente professionale, informale e produttivo, dove multinazionali globali presentavano i loro programmi e discutevano insieme a start-up, centri di ricerca, università, venture capital e business angel. Le idee e i progetti nascono proprio da queste collaborazioni, da un’osmosi continua e feconda tra mondi diversi che condividono la stessa tensione verso l’innovazione.
Non voglio soffermarmi qui sulla scienza e sulle tecnologie, che ogni volta rappresentano una straordinaria fonte di ispirazione, né sull’importanza della ricerca e della costante volontà di spingere in avanti la frontiera della conoscenza. Una spinta alimentata dalla curiosità, come ricordava Chaim Weizmann, fondatore di quello che sarebbe diventato il Weizmann Institute of Science, uno dei grandi fari della ricerca scientifica mondiale e una fucina di idee che ha contribuito allo sviluppo di numerosi farmaci innovativi.
Chaim Weizmann, oltre a essere stato un grande scienziato, fu anche il primo presidente dello Stato di Israele. La sua vicenda personale sembra quasi racchiudere una visione: guardare sempre avanti. Lo stesso spirito si ritrova nella Università ebrica di Gerusalemme e nel Technion di Haifa, entrambe fondati prima della nascita dello Stato di Israele, così come nella Università di Bar-Ilan, in quella di Tel Aviv,nella Università Ben-Gurion a Be’er Sheva e nella più recente scuola di medicina dell’Università Reichman di Herzliya, che propone un approccio innovativo sul piano didattico.
Vorrei però fare alcune considerazioni personali. Decine di volte sono andato in Israele e questa è stata la mia settima visita dopo il 7 ottobre. Sono tornato a Rehovot, al Weizmann Institute, per incontrare amici e colleghi. Ho visitato ospedali, incubatori e congressi tra Tel Aviv e Gerusalemme, partecipando sia a BioMed Israel sia a IATI MIXiii.
Era importante esserci. Per me rappresentava quasi un dovere morale, perché ho visto da vicino ciò che è accaduto e le reazioni che ne sono seguite. Ho visto un Paese profondamente scosso, ma capace di reagire.
Ricordo bene marzo 2024, durante IATI MIXiii a Gerusalemme. In quell’occasione Dror Bin, direttore della Israel Innovation Authority, l’agenzia governativa responsabile dello sviluppo dell’innovazione e dell’attrazione degli investimenti, affermò che l’ecosistema della ricerca e dell’innovazione doveva continuare a essere uno dei pilastri del Paese. La deep tech era considerata fondamentale per il futuro di Israele. In quel momento oltre 400.000 riservisti erano stati mobilitati e molti di loro lavoravano proprio nei settori delle life sciences e del medtech. Non dovevano essere lasciati soli. Il messaggio era chiaro: il Paese voleva continuare a guardare avanti.
In quell’occasione ho presentato anche un intervento dedicato alle collaborazioni con l’Italia, alle competenze presenti nel nostro sistema e alle opportunità che avremmo potuto sviluppare insieme. Alcuni Paesi, come la Germania, dopo il 7 ottobre hanno persino intensificato la cooperazione scientifica con Israele. Da parte di una parte significativa dell’accademia italiana, invece, è mancata quella chiarezza e quella vicinanza che sarebbero state auspicabili. Sappiamo bene che cosa è accaduto.
La ricerca medica dovrebbe restare al di sopra delle logiche politiche, conservarsi autonoma, libera e orientata esclusivamente alla conoscenza e al progresso. Per quanto mi riguarda, il bilancino preferisco utilizzarlo per pesare con precisione le sostanze necessarie a un esperimento scientifico.
Resilienza significa anche questo: saper guardare avanti nonostante le difficoltà. Significa continuare a costruire, innovare e collaborare quando sarebbe più facile fermarsi. Da chi riesce a farlo ogni giorno possiamo imparare molto. Israele non deve essere lasciato sola. Ha ancora molte cose da insegnare e da condividere.

