Home > Approfondimenti > Ben Gvir e il prezzo della provocazione permanente

Ben Gvir e il prezzo della provocazione permanente

Le bravate del ministro israeliano regalano argomenti ai nemici di Israele e trasformano gli attivisti della Flotilla in vittime mediatiche, mentre il doppio standard verso lo Stato ebraico continua a dominare il racconto occidentale

Giuliano Cazzola

Tempo di Lettura: 5 min
Ben Gvir e il prezzo della provocazione permanente

L’associazione Setteottobre ha giustamente stigmatizzato le bravate del ministro Ben-Gvir nei confronti degli attivisti della Flotilla 2.0. Il ministro per la Sicurezza nazionale è riuscito a dimostrare che anche in Israele la madre degli imbecilli è sempre incinta perché, con le sue inutili gesta, è riuscito soltanto a mettere in difficoltà il governo di cui fa parte e il suo Paese, sottoposto a una campagna mediatica che è costata a Israele più di una sconfitta militare.

Ciò premesso, attenzione a non cadere nella trappola alla quale stanno lavorando quasi tutti i media: la circostanza dei maltrattamenti subiti dagli attivisti pro-Pal non dà lustro alla loro iniziativa, che rimane una provocazione contro uno Stato sovrano in guerra. Pertanto costoro non sono eroi ai quali è stato proibito con la violenza di esercitare un diritto; rimangono provocatori “maltrattati”, impegnati ripetutamente in azioni ostili verso Israele che, di conseguenza, aveva e ha il diritto e il dovere di difendersi, anche con un’azione preventiva in acque internazionali, perché era già chiaro fin dalla partenza lo scopo della missione, senza che fosse necessario attenderne l’ingresso nelle acque territoriali dello Stato ebraico.

Per quanto riguarda gli amici di Israele — ai quali ci onoriamo di appartenere — essi sono legittimati a chiedere a quanti si scandalizzano per il maltrattamento dei naviganti quale sia stata la loro reazione dopo i fatti del 7 ottobre e se abbiano avuto il coraggio di guardare quei video con la stessa partecipazione con cui hanno seguito i tg del “ritorno in patria” delle vittime di Ben-Gvir, accontentandosi dei loro racconti di violenze subite, delle quali però non si vedevano i segni.

Qualcuno è arrivato a sostenere una proporzione indegna, nella quale le vittime della guerra a Gaza stanno a quelle della Shoah come i sequestrati del deserto del Negev stanno ai civili massacrati il 7 ottobre. È da quella data — che si tenta di confinare nel dimenticatoio della storia — che i pro-Pal, almeno quelli che davano ancora qualche segno di ragionevolezza, ci raccontano che i palestinesi non sono Hamas. Ovviamente si guardano bene dal definirli le prime vittime di Hamas.

Eppure questi profeti del piffero non ci consentono di affermare che gli israeliani non sono tutti come Ben-Gvir, tanto che a sconfessare il ministro è intervenuto con parole durissime il presidente della Repubblica israeliana, mentre l’esercito, protagonista di una brillante operazione militare, si è dissociato dalla condotta della polizia penitenziaria.

Ma quando si tratta degli ebrei le responsabilità diventano collettive e non si fermano neppure ai cittadini israeliani — magari oppositori del governo in carica — ma arrivano a coinvolgere gli ebrei della diaspora, a migliaia di chilometri di distanza, tutti colpevoli come Itamar Ben-Gvir perché appartenenti alla medesima comunità di fede.

Un’autorevole cittadina italiana di cultura ebraica lo teorizza: “Il silenzio non è neutralità. È complicità”.Anche il ministro dovrebbe tener conto di questa sordida realtà, perché se Israele è in grado di difendere — anche con le armi — i suoi cittadini, i corpi speciali non riescono ad arrivare nei sobborghi di Londra o sulle spiagge dell’Australia a salvare correligionari responsabili soltanto di essere tali e, in quanto tali, uccisi o perseguitati.

In questi giorni i talk show di regime — perché ormai c’è soltanto quello della sinistra — hanno ospitato attivisti chiedendo loro una testimonianza degli abusi subiti. Gli stessi talk show che, quando si conobbero i massacri di civili a Bucha, ospitarono ex inviati di guerra in pensione consentendo loro di sostenere, in base all’esperienza maturata nello svolgimento della professione, che si trattasse di messe in scena.
Poi c’è il caso della Cisgiordania. I coloni ebrei — che poi è strumentale definire “coloni” — sono accusati di aver lanciato da due anni una serie sistematica di attacchi terroristici contro gli abitanti palestinesi, per cacciarli dalle loro terre al fine di realizzare la Grande Israele. L’accusa è quella di pulizia etnica.

Ciò che succede nel Donbass come possiamo definirlo? Putin vuole incorporarlo nella Federazione russa senza essere riuscito a conquistarlo sul campo di battaglia. A Israele è stato immediatamente intimato dall’ONU di restituire i territori occupati dopo guerre vittoriose scatenate dai suoi nemici. Israele lo ha sempre fatto in cambio di accordi stabili di pace, come con l’Egitto e la Giordania.Oggi Israele viene accusato di fare guerra al Libano, quando è costretto a difendersi da Hezbollah, che agisce per conto dell’Iran.

Tornando al ministro-bullo, di lui si può dire tutto il male possibile: imperialista, suprematista, razzista, estremista, seguace della Grande Israele con la stessa logica, in senso opposto, del “Palestina dal fiume al mare” e della fine dell’entità sionista.

Su un punto, però, Ben-Gvir ha ragione: gli ebrei hanno smesso di fuggire, di chiedere scusa del loro esistere, di porgere l’altra guancia. Non si faranno più massacrare senza reagire, non si metteranno più al servizio dei loro aguzzini come le polizie ebraiche nei campi di sterminio.
Gli ebrei di oggi sono i figli di quelli del Ghetto di Varsavia che morirono combattendo contro i nazisti, mentre l’Armata rossa stava fuori a vedere come sarebbe finita. Degni eredi degli ebrei rinchiusi nella fortezza di Masada quando, prima che i soldati romani vi entrassero, gli assediati — 970 persone — si diedero reciprocamente la morte.