Le accuse di violenza sessuale rivolte a soldati e agenti israeliani da alcune partecipanti alla flottiglia diretta verso Gaza stanno provocando una nuova crisi diplomatica tra Israele e Australia. A rendere ancora più delicata la vicenda è stata la presa di posizione della ministra degli Esteri australiana Penny Wong, che durante un’audizione al Senato ha dichiarato di credere alle donne che hanno presentato le accuse, suscitando una dura reazione da parte dell’ambasciata israeliana a Canberra.
La controversia nasce dall’intercettazione della nave Sumud, una delle imbarcazioni della flottiglia diretta verso Gaza, fermata dalle autorità israeliane. Tra i partecipanti figuravano undici cittadini australiani che, dopo il fermo e la successiva espulsione, hanno iniziato a raccontare pubblicamente quanto sarebbe accaduto durante la detenzione.
Nel corso di una seduta della Commissione Bilancio del Senato australiano, Wong ha definito le accuse «inquietanti e difficili» e ha affermato che il trattamento denunciato dalle attiviste sarebbe inaccettabile qualora venisse confermato. La ministra ha inoltre aggiunto una frase destinata a diventare il centro del dibattito politico: «La mia posizione di principio è sempre quella di credere alle donne quando vengono avanzate accuse di violenza sessuale».
Le dichiarazioni sono arrivate dopo la presentazione delle testimonianze di alcune partecipanti alla flottiglia. Julia Lamont ha sostenuto che durante l’arresto le sarebbero stati strappati i vestiti e che avrebbe subito violenze sessuali e fisiche. Altre attiviste australiane, tra cui Violet Coco e Neve O’Connor, hanno denunciato percosse, umiliazioni a sfondo sessuale e condizioni di detenzione che hanno definito degradanti.
Alla domanda diretta di una senatrice sulla credibilità delle testimonianze, Wong ha ribadito di credere alle donne che hanno deciso di raccontare pubblicamente quanto avrebbero subito. Ha inoltre criticato il fatto che i diplomatici australiani non abbiano ottenuto un accesso immediato ai cittadini fermati da Israele, spiegando che Canberra ha formalmente espresso le proprie preoccupazioni alle autorità israeliane.
Le attiviste hanno successivamente organizzato una conferenza stampa presso il Parlamento australiano, chiedendo un incontro sia con la ministra degli Esteri sia con il primo ministro Anthony Albanese. Julia Lamont ha accolto con favore le parole di Wong, sostenendo tuttavia che il governo australiano dovrebbe compiere ulteriori passi diplomatici nei confronti di Israele.
La risposta israeliana è stata immediata e categorica. L’ambasciata d’Israele in Australia ha respinto integralmente le accuse, definendole «completamente infondate» e sostenendo che la flottiglia fosse stata organizzata principalmente come provocazione politica e mediatica piuttosto che come iniziativa umanitaria. Secondo la rappresentanza diplomatica israeliana, le accuse avrebbero l’obiettivo di danneggiare l’immagine internazionale dello Stato ebraico.
La vicenda si inserisce in una fase già particolarmente difficile delle relazioni tra Canberra e Gerusalemme. Durante la stessa audizione parlamentare, Wong ha descritto il momento attuale come uno dei più complicati nei rapporti tra i due Paesi. La ministra ha richiamato le divergenze esistenti sulla gestione della guerra a Gaza, sulla politica degli insediamenti in Giudea e Samaria e sulle indagini relative alla morte di operatori umanitari australiani durante il conflitto.
Tra i casi citati figura quello di Zomi Frankcom, l’operatrice australiana di World Central Kitchen uccisa nell’aprile 2024 in un attacco israeliano nella Striscia di Gaza. L’episodio provocò una forte reazione del governo australiano e contribuì ad aggravare le tensioni tra i due alleati.
Nel dibattito è emerso anche un altro caso destinato ad alimentare le polemiche. In Israele è stata infatti presentata una richiesta di apertura di un’indagine dopo le dichiarazioni della cittadina tedesca Anna Liedtke, che sostiene di aver subito una violenza sessuale durante una precedente detenzione nel carcere di Givon, in seguito al fermo di una diversa flottiglia avvenuto nell’ottobre 2025. Tra i partecipanti a quella missione figurava anche l’attivista svedese Greta Thunberg.
Al momento non risultano prove pubbliche che confermino le accuse formulate dalle attiviste e nessuna indagine indipendente ha ancora prodotto conclusioni definitive. Proprio questo aspetto rende la vicenda particolarmente delicata. Da una parte vi sono testimonianze che coinvolgono direttamente militari e funzionari israeliani in reati gravissimi. Dall’altra Israele respinge ogni addebito e denuncia una campagna di delegittimazione costruita attorno a fatti che considera inventati.
La presa di posizione di Penny Wong aggiunge ora una dimensione politica internazionale a una controversia che rischia di prolungarsi nei prossimi mesi. Per Canberra la questione riguarda la tutela dei propri cittadini. Per Israele è diventata una nuova battaglia sul terreno della reputazione internazionale. In assenza di accertamenti indipendenti e verificabili, il confronto resta aperto e continua ad alimentare una tensione diplomatica già molto elevata.

