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Antisemitismo, la sinistra e la responsabilità

Dall’Europa agli Stati Uniti, le alleanze politiche con l’islamismo radicale e la necessità di una nuova mobilitazione culturale

Lodovico Festa

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Antisemitismo, la sinistra e la responsabilità
Iimmagine generata con AI

La lotta all’antisemitismo è innanzitutto una questione etica: nel continente che, meno di un secolo fa, ha visto lo sterminio sistematico di sei milioni di ebrei, qualsiasi atteggiamento che sminuisca l’unicità dell’Olocausto è moralmente inaccettabile.

In questo senso, contrastare l’antisemitismo richiede anche un impegno culturale. È soprattutto sul terreno della storia, dopo che le teorie razziali sono state ampiamente screditate, che occorre condurre un’iniziativa serrata, spiegando innanzitutto quanto sia assurdo raccontare che qualche milione di israeliani voglia dominare due miliardi di musulmani. Ma oggi il contrasto all’antisemitismo ha anche una straordinaria valenza politica.

Le elezioni comunali di Copenaghen del novembre 2025 hanno visto una sinistra con un’ala esplicitamente islamista battere un partito socialdemocratico che pure esprime la prima ministra Mette Frederiksen, particolarmente stimata sia in patria sia a livello internazionale. A New York, Zohran Kwame Mamdani, eletto sindaco nel novembre 2025 e insediatosi nel gennaio 2026, ha condotto una campagna segnata da duri attacchi a Israele, nei quali i suoi critici hanno colto anche sfumature antisemite, ravvisate anche nei suoi interventi commemorativi sull’11 settembre 2001 e sul 7 ottobre 2023.

Nelle file democratiche sono emerse figure controverse, come Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato nel Michigan. Le elezioni suppletive del febbraio 2026 nel collegio di Gorton e Denton, nell’area di Manchester, che hanno inflitto una pesante sconfitta al Partito laburista e aggravato la crisi politica di Keir Starmer, hanno visto prevalere Hannah Spencer, candidata del Green Party guidato da Zack Polanski. Quest’ultimo, pur essendo ebreo, guida una formazione nella quale si registra, a mio giudizio, una crescente influenza di ambienti islamisti.

Un fenomeno analogo si è manifestato a Berlino, dove nel settembre 2026 Die Linke, formazione della sinistra radicale guidata da Elif Eralp, ha conquistato il primo posto nelle elezioni regionali. Eralp ha esplicitamente indicato Zohran Mamdani come proprio modello politico ed elettorale, mentre alcune componenti del suo partito sono state al centro di gravi controversie per le loro posizioni su Israele e per episodi di vicinanza ad ambienti che giustificano il terrorismo di Hamas. Fenomeni di saldatura tra organizzazioni storiche della sinistra e ambienti fondamentalisti islamici costituiscono, secondo questa lettura, una delle basi del potere di Pedro Sánchez in Spagna, che potrebbe essere messo in discussione nel prossimo novembre. Tendenze analoghe si ritrovano nei comportamenti di numerosi esponenti del Partito democratico in Italia e nella sinistra radicale francese di Jean-Luc Mélenchon, tendenzialmente maggioritaria nel campo largo progressista.
Questa tendenza politica, aperta all’antisemitismo, poggia su due pilastri: da un lato, l’immigrazione musulmana, al cui interno opera un’organizzazione solida, anche economicamente, e dotata di capacità politica come la Fratellanza musulmana; dall’altro, ampi settori delle nuove generazioni, inquieti per un futuro incerto e sempre più marginalizzati nella società. Si crea così quella che è stata definita una sorta di «oikofobia», l’odio per la propria casa, cioè l’Occidente, da cui deriva anche il successo dei movimenti pro-Pal.

Queste due tendenze radicate agiscono in un quadro nel quale la sinistra storica e il movimento sindacale sono molto indeboliti da una globalizzazione difficile da affrontare. La sinistra storica e il movimento sindacale finiscono spesso per abbandonare quella saggia concretezza che li ha caratterizzati in passato e che costituiva un forte presidio contro le derive più estremistiche.

Un certo opportunismo domina anche settori delle élite borghesi, con autorità accademiche che preferiscono studenti mobilitati per boicottare Israele anziché per mettere il naso nella gestione, spesso non brillantissima, delle nostre università. Tendenze analoghe sembrano emergere anche in alcuni settori della nostra borghesia industriale, che paiono preferire un sindacato impegnato a sostenere la flottiglia in viaggio per Gaza piuttosto che un’articolata richiesta di aumenti salariali. Alcuni segnali simili si colgono anche in settori cattolici, dove un ecumenismo animato da buone intenzioni, ma elaborato in modo insufficiente, appare una via impervia e tuttavia suggestiva per tentare di rallentare i processi di secolarizzazione in atto. Analoghe riflessioni riguardano il mondo dei media, nel quale diminuisce costantemente il consumo di televisione e carta stampata da parte dei giovani: alcuni editori sono quindi pronti a fare pressoché qualsiasi cosa per recuperare una parte di questo pubblico, destinato a contare sempre di più in futuro. In un contesto in cui sono molti i fattori negativi del tipo descritto, che cosa si può fare?

Innanzitutto è preziosa la presenza, a sinistra, di un ampio nucleo di persone non disponibili a tradire i propri principi di fondo per ragioni opportunistiche. Questo atteggiamento si è visto anche nelle divisioni dei Democratici al Congresso americano, quando i settori più radicali chiedevano di non inviare armi a Israele e un’ampia parte dell’opposizione a Donald Trump ha votato insieme ai Repubblicani. Questa scelta è particolarmente evidente nella vittoria di Raphaël Glucksmann, che l’11 ottobre 2026 ha conquistato le primarie della sinistra socialdemocratica francese, affermando una linea di netta rottura con Jean-Luc Mélenchon e La France Insoumise. Simili atteggiamenti si riscontrano tra i socialdemocratici danesi e tedeschi, questi ultimi d’intesa con i Grünen.

In questo contesto è auspicabile che la sinistra «con una coscienza» non partecipi a un campo largo nel quale pascola comodamente chi è contrario a una legge sull’antisemitismo, chi compara Israele ai nazisti e chi affianca coloro che vogliono distruggere lo Stato ebraico. Un’iniziativa concentrata soltanto sulla politica, però, non è adeguata ad affrontare la difficile situazione attuale della lotta all’antisemitismo. Vi è bisogno di quelle che, in un altro mondo e in un’altra epoca, avrei chiamato iniziative di massa.

Innanzitutto fra i giovani: è irresponsabile accettare l’attuale stato di cose, con ragazzi il cui senso critico viene completamente svuotato. Perché non aiutare quella parte degli studenti che non si arrende all’irrazionalità di certe posizioni? Perché non costituire, insieme a questi giovani, un comitato denominato «Perché gli studenti sappiano», che analizzi la storia del Medio Oriente e le soluzioni concrete in discussione?

In diverse occasioni ho parlato con vecchie amiche femministe, indignate per il modo in cui media e opinione pubblica non informano sulle strazianti torture subite in quest’ultimo periodo da ragazze israeliane e iraniane. Perché non organizzare un mese dedicato alle donne israeliane e iraniane vittime di torture, proponendo sui media e sui social, ogni giorno, la biografia di una di queste donne?

È evidente, poi, che per sconfiggere le tendenze islamiste jihadiste è necessario costruire rapporti con il vivace mondo islamico modernizzante e riformatore, contrastando anche certe posizioni radicali di destra che aiutano a far crescere l’influenza della Fratellanza. Perché non costituire un’associazione, con il concorso di organizzazioni datoriali e sindacali, per la convivenza tra le fedi, che promuova iniziative educative rivolte, per esempio, a coloro che intendono immigrare in Italia, anche nell’ambito del Piano Mattei? Le elezioni comunali di Monfalcone dell’aprile 2025 hanno visto la netta sconfitta di Italia Plurale, una lista composta da candidati musulmani, che ha raccolto meno del 3% dei voti nonostante la presenza di una numerosa comunità islamica nella città. È un risultato che dovrebbe far riflettere sull’errore di considerare le comunità musulmane come un blocco politico omogeneo. Insomma, con mosse politiche e iniziative culturali di massa bisogna impegnarsi rapidamente per evitare che una situazione, per ora sotto controllo in Italia, degeneri.