«Si sono meritati il 7 ottobre». È una delle frasi che, secondo le testimonianze raccolte negli Stati Uniti, studenti e tirocinanti ebrei si sarebbero sentiti rivolgere all’interno di programmi destinati a formare i futuri psicologi. Adesso le accuse di antisemitismo che da oltre due anni investono l’American Psychological Association sono arrivate a produrre una conseguenza senza precedenti: una commissione consultiva del dipartimento dell’Istruzione ha raccomandato di sospendere per un anno il riconoscimento federale della Commission on Accreditation dell’APA.
La decisione definitiva spetterà al dipartimento dell’Istruzione. La raccomandazione riguarda l’organismo che accredita più di 1.300 programmi di formazione, tra dottorati, tirocini, corsi post-dottorato e master. Un sistema enorme, inserito nel cuore della formazione professionale degli psicologi americani. La sospensione del riconoscimento non cancellerebbe titoli né determinerebbe automaticamente la chiusura dei corsi, però potrebbe avere conseguenze sull’accesso ai finanziamenti federali e, in alcuni Stati, sui requisiti necessari per ottenere l’abilitazione professionale.
L’antisemitismo è soltanto una delle contestazioni mosse all’organismo di accreditamento, che secondo la commissione federale non avrebbe rispettato anche altri requisiti. Nel documento conclusivo compare tuttavia un’accusa esplicita: non avere affrontato adeguatamente quella che viene definita una «diffusa cultura di antisemitismo» nei programmi accreditati dall’APA.
Le denunce descrivono un ambiente nel quale il conflitto israelo-palestinese sarebbe penetrato nella formazione psicologica fino a investire l’identità stessa degli studenti ebrei. Evelyn Schachman, amministratrice delegata dell’American Jewish Medical Association, ha riferito alla commissione che alcuni tirocinanti sarebbero stati definiti privilegiati in quanto ebrei e che determinati programmi presenterebbero Israele e il sionismo in termini tali da lasciare poco spazio al dissenso. Secondo il Combat Antisemitism Movement, in alcuni corsi sulla diversità gli ebrei sarebbero stati descritti come «oppressori coloniali bianchi» e il sionismo associato, in lezioni dedicate alla cosiddetta terapia decoloniale, a categorie proprie della patologia.
Uno degli episodi più clamorosi risale al febbraio 2024. Nella mailing list della Division 48 dell’APA, dedicata agli studi sulla pace, i conflitti e la violenza, comparve un messaggio con le parole «Kudos to Hamas», congratulazioni ad Hamas. L’APA ha confermato l’episodio e successivamente chiuso quella lista. Più di 3.500 psicologi e professionisti della salute mentale hanno poi sottoscritto una lettera denunciando un problema sistemico di antisemitismo all’interno dell’associazione. Nel dicembre 2025 la commissione Istruzione della Camera ha aperto un’indagine formale e nel giugno scorso è intervenuto anche l’Office for Civil Rights del dipartimento della Salute.
L’APA respinge l’idea di essere rimasta immobile. Ha modificato le regole delle proprie mailing list per vietare esplicitamente contenuti antisemiti e discriminatori, creato un archivio centralizzato delle denunce, avviato corsi per i responsabili delle sue 54 divisioni e approvato una risoluzione ufficiale di condanna dell’antisemitismo. Ha inoltre dichiarato di collaborare con le indagini federali.
Proprio per questo la decisione che attende ora il governo americano supera il destino amministrativo di un organismo di accreditamento. La psicologia clinica fonda una parte essenziale della propria credibilità sulla capacità di riconoscere pregiudizio, discriminazione e vulnerabilità. Se studenti o pazienti ebrei arrivano a temere che la propria identità o il rapporto con Israele possano trasformarsi in un marchio ideologico, il problema entra direttamente nel rapporto terapeutico. Ed è difficile immaginare un banco di prova più serio per una professione che ha fatto dell’ascolto uno dei propri principi fondamentali.