L’accordo raggiunto sulla questione iraniana e le discussioni diplomatiche che si sono intensificate nelle ultime settimane non hanno ridotto la preoccupazione di una parte significativa degli analisti israeliani. Tra le voci più autorevoli vi è quella di Michael Milshtein, colonnello della riserva, già responsabile dell’arena palestinese nell’intelligence militare israeliana e oggi ricercatore senior presso il Centro Moshe Dayan dell’Università di Tel Aviv, secondo il quale Hezbollah continua a rappresentare una minaccia strategica di primo piano e potrebbe interpretare alcuni sviluppi recenti come un segnale di debolezza.
Intervistato dall’emittente radiofonica israeliana 103FM, Milshtein ha sostenuto che Hezbollah osserva con estrema attenzione tutto ciò che accade all’interno della società israeliana. A suo giudizio, il movimento sciita segue da vicino il dibattito politico, le tensioni interne e il crescente malcontento espresso da amministratori locali e residenti del nord del Paese, colpiti per mesi dagli attacchi provenienti dal Libano.
“Hezbollah ci studia continuamente”, ha spiegato l’esperto. “Le sue valutazioni non sono sempre corrette, però osserva costantemente Israele e cerca di interpretarne gli umori e le debolezze”.
Secondo Milshtein, nelle ultime settimane l’organizzazione guidata da Naim Qassem avrebbe percepito alcuni elementi che rafforzano la propria determinazione. Da una parte vi sarebbero le preoccupazioni manifestate da molti sindaci delle comunità settentrionali israeliane; dall’altra l’impressione di una politica americana meno lineare e più esitante rispetto al passato. In questo contesto Hezbollah arriverebbe alla conclusione che non esiste alcuna ragione per attenuare le proprie posizioni.
L’analista ha inoltre richiamato l’attenzione sul ruolo del Qatar, che considera un attore sempre più influente nei principali dossier regionali. A suo avviso, l’emirato, già protagonista dei negoziati riguardanti Gaza, starebbe rafforzando la propria presenza anche sul fronte libanese, assumendo un ruolo di mediazione che gode del sostegno degli Stati Uniti. Una dinamica che, secondo Milshtein, viene accolta con soddisfazione da Hezbollah.
La riflessione più significativa riguarda però la natura stessa del movimento sciita. Milshtein ritiene che molti osservatori israeliani abbiano sopravvalutato gli effetti delle perdite subite dall’organizzazione negli ultimi anni. Hezbollah ha certamente pagato un prezzo elevato in termini militari, logistici e politici, ma conserva intatti gli elementi che ne costituiscono il nucleo identitario.
“Abbiamo colpito Hezbollah”, ha affermato, “ma non abbiamo spezzato la sua motivazione né la sua ideologia”. Secondo il ricercatore, Israele tende spesso a valutare gli avversari attraverso categorie razionali che non riescono a spiegare fino in fondo la capacità di movimenti islamisti e rivoluzionari di continuare a combattere anche dopo sconfitte molto pesanti.
Milshtein collega questa valutazione anche all’esperienza di Gaza. L’obiettivo di eliminare Hamas come forza politica e militare si è rivelato molto più complesso di quanto molti immaginassero all’inizio della guerra. Le strutture operative possono essere colpite, i leader eliminati e le infrastrutture distrutte, tuttavia la componente ideologica continua a sopravvivere.
Per questo motivo l’ex ufficiale dell’intelligence guarda con scetticismo all’idea che Israele possa modificare profondamente la cultura politica dei propri avversari attraverso la sola forza militare. Eventuali trasformazioni, sostiene, potrebbero emergere soprattutto da dinamiche interne al mondo arabo, analoghe a quelle che in passato hanno prodotto le rivolte della Primavera araba.
Particolarmente significativa appare la sua interpretazione delle dichiarazioni recenti di Naim Qassem. Secondo Milshtein, il segretario generale di Hezbollah continua a parlare della necessità di tornare all’equazione strategica esistente prima del conflitto esploso nell’ottobre 2023. Nella lettura del movimento sciita, ogni arretramento israeliano da alcune posizioni nel Libano meridionale viene presentato come una conferma dell’efficacia della pressione esercitata dalla “resistenza”.
È proprio questo il punto che preoccupa maggiormente gli ambienti della sicurezza israeliana. Hezbollah esce fortemente indebolito dal confronto degli ultimi anni, ma conserva una struttura organizzativa, una leadership politica e soprattutto una convinzione ideologica che non mostrano segni di cedimento. Per Milshtein il rischio consiste nel sottovalutare un avversario che continua a leggere attentamente ogni esitazione dei suoi nemici e che potrebbe considerare le incertezze diplomatiche e politiche degli ultimi mesi come un’occasione per riaffermare il proprio ruolo nel Levante.
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