Per combattere l’antisemitismo in Francia servirebbero più ebrei disposti a prendere pubblicamente le distanze dal governo israeliano. È il ragionamento formulato da Ségolène Royal durante il dibattito della primaria della sinistra francese trasmesso da LCI mercoledì 23 settembre. Un ragionamento che ha provocato una reazione immediata anche tra gli altri partecipanti al confronto.
Royal stava parlando dell’aumento dell’antisemitismo in Francia quando ha sostenuto che esso non sarebbe dovuto a Israele, bensì agli «attuali dirigenti» israeliani. Ha quindi aggiunto che occorrerebbero più «voci israeliane ed ebraiche» capaci di dire che quanto avviene a Gaza è intollerabile, perché questo contribuirebbe, a suo giudizio, a frenare l’antisemitismo. Alla domanda di David Pujadas se stesse dunque chiedendo agli ebrei di denunciare il governo di Benjamin Netanyahu, Royal ha risposto affermativamente, precisando poi che, bontà sua, si trattava di un appello e non di un’ingiunzione.
La precisazione non risolve il problema sollevato dalle sue parole, che riguarda un principio elementare della cittadinanza. Un francese ebreo può naturalmente giudicare Netanyahu come vuole, sostenerlo, contestarlo o disinteressarsene completamente. La sua sicurezza in Francia, però, non può essere collegata alla posizione che assume sul governo di uno Stato straniero.
È esattamente il punto sul quale è intervenuto Yonathan Arfi, presidente del CRIF, il Conseil représentatif des institutions juives de France. Arfi ha accusato Royal di tradire l’ideale repubblicano assegnando i francesi ebrei alla loro religione e chiedendo loro di pronunciarsi su un conflitto a tremila chilometri di distanza per contrastare l’odio di cui sono vittime. Ha parlato di «inversione morale inaccettabile»: la responsabilità dell’antisemitismo appartiene agli antisemiti, non agli ebrei chiamati a dimostrare di avere le opinioni politiche considerate appropriate.
La contestazione, del resto, è arrivata anche dall’interno dello stesso dibattito. Jérôme Guedj ha definito «incredibile» una simile richiesta, osservando che ai musulmani francesi non viene chiesto di dissociarsi dai crimini dell’Isis per meritare di essere protetti dall’islamofobia. Raphaël Glucksmann ha ricordato a sua volta che «un francese ebreo non ha nulla a che vedere con Netanyahu».
Royal sostiene che il suo pensiero sia stato deformato e ha ribadito di voler incoraggiare gli israeliani che si oppongono al governo. È una posizione diversa e perfettamente legittima nel dibattito politico. Ma nella frase pronunciata su LCI erano state chiamate esplicitamente in causa anche le «voci ebraiche», e proprio questa estensione dagli israeliani agli ebrei ha aperto la controversia.
Qui si trova il punto più delicato. Confondere gli ebrei francesi con le decisioni del governo israeliano è precisamente il meccanismo che Royal dice di voler combattere. Chiedere a quegli stessi ebrei di prendere posizione contro Netanyahu affinché diminuisca l’antisemitismo rischia però di accettarne implicitamente la premessa: che tra la loro identità e ciò che fa il governo d’Israele esista un rapporto del quale debbano in qualche modo rendere conto.
La Repubblica francese ha costruito il proprio universalismo sul principio opposto. Un cittadino non deve presentare certificati di distanza politica dalle azioni compiute da persone che condividono la sua religione o la sua origine. E soprattutto non dovrebbe mai essere chiamato a farlo per ottenere qualcosa che gli spetta senza condizioni: poter vivere nel proprio Paese senza essere insultato, minacciato o aggredito perché ebreo.