Una volta si facevano le liste degli ebrei e oggi si fanno le mappe del “turismo sionista”. Naturalmente tutto è molto più elegante e più presentabile. C’è un modulo online, un lessico accuratamente ripulito, una giustificazione politica impeccabile. Nessuno dice di voler schedare gli ebrei. Si parla di “decolonizzazione”, di “consumo responsabile”, di “boicottaggio”. Le parole giuste hanno un potere straordinario: riescono a trasformare una discriminazione in una buona azione.
Il meccanismo, però, è sempre quello: individuare, segnalare, isolare. Prima le persone, poi i luoghi che frequentano, poi le attività economiche con cui hanno a che fare. Cambiano gli strumenti: ieri carta e timbri, oggi Google Forms. Cambia il vocabolario: ieri “ebraico”, oggi “sionista”. La logica resta inquietantemente familiare.
La cosa più impressionante non è che qualcuno abbia pensato di costruire questa mappa. È che qualcuno abbia creduto che fosse moralmente accettabile. Che potesse essere condivisa, compilata, rilanciata senza avvertire il brivido di una memoria storica che dovrebbe appartenere a tutti.
L’antisemitismo raramente si presenta con il suo vero nome mentre preferisce travestirsi, indossare il linguaggio dei diritti, della giustizia, della solidarietà. Rifarsi il trucco a ogni generazione. Per questo è così difficile riconoscerlo. Le persecuzioni, in fondo, non cominciano con i rastrellamenti.Cominciano quasi sempre con un cambio di vocabolario. Poi arrivano le liste.
Bidoni della spazzatura
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