Per 505 giorni Omer Shem Tov è stato un ostaggio di Hamas. Oggi usa proprio quell’esperienza per rispondere a NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor che ha vinto il Premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia e ha provocato in Israele una delle polemiche più dure degli ultimi mesi. «So che cosa significa essere un danno collaterale. Per 505 giorni lo sono stato anch’io», scrive Shem Tov sul Wall Street Journal.
Rapito al festival Nova il 7 ottobre 2023, Shem Tov fu portato a Gaza e liberato dopo 505 giorni. Nel suo intervento precisa di non avere visto NAZA, che non è ancora stato proiettato in Israele. Conosce però quanto è stato raccontato del film, costruito sulle testimonianze anonime di militari e uomini dell’intelligence israeliana e dedicato alle vittime civili palestinesi e ai meccanismi con cui vengono selezionati gli obiettivi degli attacchi israeliani.
È ciò che resta fuori dall’inquadratura, sostiene Shem Tov, a tormentarlo. Il massacro del 7 ottobre, la pianificazione di Hamas, le famiglie assassinate, gli uomini e le donne trascinati dalle loro case e dal festival Nova verso Gaza. Il dolore dei palestinesi, scrive, è reale e merita di essere visto. Ma esiste anche quello di chi si è trovato prigioniero dentro la guerra scatenata da Hamas.
Ed è qui che la sua testimonianza colpisce il cuore del problema. Shem Tov non discute l’esistenza del danno collaterale e non chiede di distogliere lo sguardo dai civili palestinesi uccisi. Chiede di guardare l’intera scena. Perché dentro quella scena c’era anche lui, ostaggio nascosto da Hamas in zone di combattimento, senza che Israele sapesse dove si trovasse. I suoi sequestratori potevano abbandonarlo quando temevano un attacco israeliano. Una bomba avrebbe potuto ucciderlo e consegnare ad Hamas un risultato perfetto: eliminare un ostaggio senza assumersene la responsabilità e trasformare Israele nell’autore della sua morte.
Questo è il rovesciamento che Shem Tov mette davanti agli autori di NAZA. Il danno collaterale non era un concetto astratto osservato da fuori. Aveva il suo corpo, la sua fame, la sua paura. Hamas lo aveva rapito, lo teneva in mezzo alla popolazione e lo esponeva consapevolmente al fuoco israeliano. La sua possibile morte sarebbe diventata un’altra immagine da aggiungere al conto delle vittime di Israele.
Un episodio rende il paradosso ancora più feroce. Uno dei suoi carcerieri gli raccontò che sua madre aveva ricevuto una telefonata dell’esercito israeliano con l’ordine di lasciare la propria abitazione perché un attacco avrebbe potuto metterla in pericolo. Hamas sapeva esattamente dove si trovava Shem Tov e poteva lasciarlo morire. Israele ignorava dove fosse il proprio ostaggio e intanto cercava di salvare la madre dell’uomo che lo teneva prigioniero.
È questo il punto sul quale Shem Tov costringe a fermarsi. Ogni civile palestinese ucciso resta una tragedia e nessuna statistica può diminuirne il peso. Ma cancellare dal quadro le strategie di Hamas significa rendere incomprensibile anche quella tragedia. Gli ostaggi nascosti negli edifici e nelle zone di combattimento, i miliziani mescolati alla popolazione, la scelta di continuare una guerra iniziata con il massacro del 7 ottobre sono parte della realtà dentro la quale Israele ha combattuto.
Shem Tov ricorda i volantini, i messaggi telefonici, gli avvisi e gli ordini di evacuazione utilizzati da Israele per cercare di ridurre le vittime civili. Quelle precauzioni avevano un costo. Concedevano tempo ad Hamas, aumentavano il rischio per i soldati israeliani e potevano prolungare la prigionia degli ostaggi. La sua frase più scomoda nasce proprio da qui: se Israele si fosse preoccupato meno del danno collaterale, forse lui sarebbe tornato prima. Forse sarebbero morti meno soldati e meno ostaggi. Sarebbero morti più palestinesi.
Il passaggio più doloroso riguarda Venezia. NAZA ha ricevuto il Premio speciale della giuria e una lunghissima ovazione. Shem Tov descrive quegli applausi con un’immagine durissima: per lui sono stati come una pioggia di coltelli. Il motivo, precisa, non è la rappresentazione della sofferenza palestinese. È la sensazione che dentro quella rappresentazione lui e gli altri ostaggi scompaiano.
Ed è questa, in fondo, la sua accusa al film. Se si mostra il dolore prodotto dalla guerra lasciando quasi fuori campo il 7 ottobre, gli ostaggi e le scelte di Hamas, il rischio è che la vittima israeliana diventi un dettaglio ingombrante. Anche Shem Tov finisce per essere NAZA: un danno collaterale accettabile, un ragazzo ebreo che può restare prigioniero o morire perché la guerra necessaria a riportarlo a casa viene giudicata, già in partenza, moralmente sospetta.
La conclusione del suo intervento riguarda il diritto di una società a difendersi. Armi e tecnologia, scrive, contano. Prima ancora occorre la consapevolezza morale di avere quel diritto. Per Shem Tov tutto torna infine al punto dal quale erano cominciati quei 505 giorni: impedire che possa esserci un altro 7 ottobre.