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Nati in Israele, l’esercito li lascia fuori

Decine di figli di lavoratori stranieri chiedono di arruolarsi nell’IDF, che deve fronteggiare una carenza di circa 12 mila soldati

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Nati in Israele, l’esercito li lascia fuori
Iimmagine generata con AI

Sono nati a Be’er Sheva, Gerusalemme, Tel Aviv. Hanno frequentato le scuole israeliane, parlano ebraico come lingua madre, sono cresciuti negli scout, hanno fatto volontariato e, dopo il 7 ottobre, alcuni di loro sono andati ad aiutare nelle comunità colpite dalla strage. Adesso vogliono fare ciò che hanno visto fare ai loro compagni di scuola: indossare la divisa dell’IDF. L’esercito, però, non li arruola.

È il paradosso che riguarda decine di giovani figli di lavoratori stranieri, in gran parte arrivati legalmente dalle Filippine, nati e cresciuti in Israele senza avere uno status giuridico che consenta loro di seguire automaticamente il percorso dei loro coetanei israeliani. Quarantatré di loro si sono rivolti all’Alta Corte di Giustizia nel dicembre 2025 chiedendo di poter prestare servizio militare.

Fra loro ci sono Mariel Aya Ay, 19 anni, nata a Be’er Sheva e cresciuta a Tel Aviv; John Ray Delisai, ventenne di Tel Aviv che vorrebbe servire in un’unità combattente; e Molib Vicente, vent’anni, nato a Gerusalemme, che ha già completato un anno di servizio civile. Le loro storie sono state raccolte da Ynet e raccontano un’appartenenza israeliana che, nella vita quotidiana, per questi ragazzi appare molto più semplice di quanto risulti nei documenti.

Il caso assume un peso particolare mentre l’IDF attraversa una delle più gravi crisi di personale della sua storia recente. Nel maggio scorso, davanti alla commissione Esteri e Difesa della Knesset, il generale di brigata Shai Tayeb, responsabile della pianificazione del personale, ha quantificato in circa 12 mila soldati il fabbisogno dell’esercito, precisando che tra 6 mila e 7.500 dovrebbero essere combattenti. Dopo anni di guerra e un impiego eccezionale dei riservisti, la necessità di aumentare gli effettivi è diventata una delle questioni più urgenti per i vertici militari.

Ed è proprio qui che la vicenda diventa difficile da spiegare ai suoi protagonisti. John Ray vede coetanei che cercano di evitare il servizio mentre lui deve rivolgersi ai giudici per poterlo svolgere. Molib, dopo il 7 ottobre, ha fatto volontariato nel kibbutz Nirim, uno dei luoghi investiti dall’attacco di Hamas, e racconta di aver maturato lì una convinzione definitiva: Israele è il suo Paese e vuole contribuire a difenderlo.

Dietro questa situazione c’è una questione irrisolta che risale a molti anni fa. Decisioni governative adottate a partire dal 2005 consentirono, a determinate condizioni, di regolarizzare la posizione di figli di lavoratori stranieri integrati nella società israeliana. Successivi provvedimenti permisero ad alcune famiglie di ottenere la residenza permanente e ai ragazzi di entrare nel percorso che conduceva anche al servizio militare.

Erano però misure circoscritte nel tempo. Chi è nato troppo tardi è rimasto fuori, creando situazioni nelle quali due giovani cresciuti nello stesso quartiere, nelle stesse scuole e in famiglie con una storia migratoria praticamente identica possono trovarsi oggi con diritti diversi.

Per i ragazzi che hanno presentato ricorso, la divisa ha anche un significato che va oltre il servizio militare. È il riconoscimento formale di un’identità che sentono di possedere da sempre. John Ray la descrive come una sorta di certificato capace di sancire definitivamente la sua appartenenza alla società israeliana.

La questione è ora nelle mani dell’Alta Corte. La risposta dello Stato al ricorso è stata rinviata più volte e, secondo Ynet, dovrà essere presentata entro il 4 ottobre. L’IDF ha fatto sapere che esporrà la propria posizione nell’ambito del procedimento giudiziario, mentre l’ufficio del ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che la questione non è ancora stata sottoposta al ministro.

Il tempo, intanto, pesa. A vent’anni pochi mesi possono cambiare un percorso militare e professionale. Questi ragazzi continuano ad aspettare una risposta a una domanda che, per loro, è elementare: sono cresciuti in Israele, si sentono israeliani e chiedono di assumersi uno degli obblighi più impegnativi che Israele richiede ai suoi cittadini. Vogliono servire un Paese che considerano già il proprio.