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Media. Albanese, la santa dei femminili

La relatrice Onu viene glorificata da due giornali patinati specializzati in moda, lusso e beauty con nessun contraddittorio e qualche contraddizione

Luisa Ciuni

Tempo di Lettura: 3 min
Media. Albanese, la santa dei femminili

Per quanto possa sembrare strano la propaganda propal non passa solo da Al-Jazeera, dai social e dai media simpatizzanti, ma anche da due giornali patinati specializzati in moda, lusso, bellezza. Si tratta di Vogue, che ha pubblicato un ampio servizio dell’edizione inglese del libro di Francesca Albanese ‘Quando il mondo dorme’ (Ed. Rizzoli), fra Kate Middleton e altre celebrities, e dell’edizione italiana di Vanity Fair che ha ospitato vari interventi della relatrice speciale per l’Onu sui Territori Palestinesi occupati.

Che cosa abbia spinto la severa signora dei propal a dare confidenza a due testate molto probabilmente capitaliste(e fors’anche colonialiste) come Vogue e Vanity non è noto e ancora meno lo è il motivo per cui loro la abbiano contattata. Ma i pezzi solo lì in tutto il loro splendore e, uno, il primo maggio 2025, ha causato un bel finimondo fra sodali e no.

Questo perché contiene una frase – contestata e mai accertata(voce di sen fuggita?) da Albanese proprio su un problema tra i più controversi del suo curriculum. Cioè se sia avvocata – come spesso è chiamata – o no. Cosa che, oggettivamente, poco conta ai fini del suo pensiero anche se è abbastanza interessante, invece,rispetto al suo curriculum dove è definita fieramente con quel titolo.

Alcune pagine dopo, la vicenda è meno chiara. Il patinato riporta (senza essere stato smentito) questa dichiarazione della giurista: “Non ho fatto l’esame da avvocato perché non ho mai voluto esercitare la professione forense in Italia”.

Allora perché si fa definire così? Probabilmente l’equivoco nasce a causa della traduzione dell’inglese della parola ‘lawyer’ che si legge nelle sue credenziali,e che indica solo una formazione giuridica ma non la professione. Perché dunque non dirlo apertamente a tutti invece di affidare il messaggio a un giornale sicuramente meno diffuso dei social o di una delle tante trasmissioni in cui è ospite? Mistero. Che via via si infittisce. Nell’edizione on line dell’articolo, infatti, la frase scompare e questo non è bello. E siccome on line ciò che si crea non si distrugge, in molti hanno potuto leggere le due versioni e contestarle.

Poco tempo dopo,la relatrice, sempre ben sistemata dai magici filtri del web, riceve un altro attestato di interesse da parte del patinato che si schiera al suo fianco quando viene sanzionata dagli Usa per il suo documento “From economy of occupation to economy of genocide” in cui denuncia le 48 multinazionali che hanno interesse nella guerra di Gaza.

“Ogni accusa”, si legge nel pezzo, “è supportata da fonti verificabili documenti aziendali, contratti pubblici.” Evidentemente il giornale, con pazienza certosina, ha lavorato sul materiale accertandolo. Complimenti.

Nessuno vuole ledere il diritto di Albanese di scrivere e diffondere la propria opinione, ma il giornalismo richiederebbe almeno un poco di contraddittorio, un sistema di controlli incrociati di cui non c’è alcuna traccia. Secondo Vanity la contestazione del rapporto farebbe anzi parte di una campagna per delegittimare la relatrice. Il Verbo, dunque, non si discute.

Poi di recente l’articolo su Vogue, e anche questo del tutto acritico.

La campagna patinata estranea oggettivamente ad abitudini e gusti di Albanese- persona sobria del tutto estranea a lusso, lifting e dichiarazioni spezzacuori- serve probabilmente a vendere. Perché nel mondo in cui i due giornali di Condé Nast sapere qualcosa di Gaza è importante e la vulgata di Albanese facile da apprendere e ripetere. Capire qualcosa di Medio Oriente, non lo è.