Emmanuel Macron ha pronunciato all’Assemblea generale dell’ONU una frase destinata a provocare una reazione immediata in Israele. Parlando della Cisgiordania e contestando le politiche israeliane nel territorio, il presidente francese ha affermato che «Hamas non vi ha mai agito». Poche ore dopo, di fronte alle proteste israeliane, una fonte diplomatica francese ha spiegato che Macron intendeva dire che Hamas non ha mai governato la Cisgiordania.
La precisazione cambia evidentemente il significato politico della frase. Resta però quanto è stato ascoltato durante il discorso e soprattutto resta una storia difficilmente equivocabile. Hamas non governa la Cisgiordania, dove l’Autorità Palestinese mantiene formalmente il potere nelle aree affidatele dagli accordi di Oslo, però vi opera da quasi quarant’anni.
L’organizzazione nasce a Gaza nel dicembre 1987, all’inizio della prima intifada, e in breve tempo costruisce anche in Cisgiordania una propria rete politica, religiosa e clandestina, in concorrenza con l’OLP e Fatah. Già alla fine degli anni Ottanta e nei primi anni Novanta cellule legate ad Hamas partecipano alla violenza contro israeliani. Nell’aprile 1993, pochi mesi prima della firma degli accordi di Oslo, Hamas rivendica l’attentato suicida allo svincolo di Mehola, nella Valle del Giordano, considerato il primo attacco di quel tipo compiuto dall’organizzazione.
Con Oslo, Hamas diventa uno dei principali avversari palestinesi del processo di pace. Rifiuta il riconoscimento reciproco fra Israele e OLP e utilizza gli attentati anche per sabotare il percorso politico appena iniziato. Negli anni Novanta la sua firma compare dietro una lunga serie di attacchi. Nel febbraio e marzo 1996 quattro attentati in poche settimane colpiscono Gerusalemme, Tel Aviv e Ashkelon, provocando decine di morti.
La seconda intifada rende ancora più evidente il ruolo delle strutture di Hamas presenti in Cisgiordania. Da quelle reti vengono organizzati o sostenuti alcuni degli attentati più sanguinosi di quegli anni. Il 27 marzo 2002 un terrorista di Hamas entra nel Park Hotel di Netanya durante il seder di Pesach e si fa esplodere nella sala da pranzo. Muoiono trenta persone. L’attentato contribuisce alla decisione israeliana di lanciare pochi giorni dopo l’operazione Scudo difensivo, con l’obiettivo dichiarato di colpire le infrastrutture terroristiche in Cisgiordania.
La storia continua ben oltre la seconda intifada. Nel giugno 2014 tre adolescenti israeliani, Gilad Shaar, Naftali Fraenkel ed Eyal Yifrah, vengono rapiti e uccisi nell’area di Gush Etzion. Il dirigente di Hamas Saleh al-Arouri rivendicherà pubblicamente il ruolo di uomini dell’organizzazione nell’operazione.
Dopo il 7 ottobre 2023 l’attività delle forze israeliane contro cellule armate in Cisgiordania si è intensificata drasticamente. Israele sostiene di avere smantellato numerose infrastrutture di Hamas e di altri gruppi, mentre la situazione nel territorio è diventata sempre più violenta, fra attentati palestinesi, operazioni militari israeliane e violenze dei coloni.
È dentro questo quadro che la frase di Macron ha provocato la reazione di Benjamin Netanyahu. Il primo ministro israeliano ha ricordato l’uccisione, avvenuta appena due giorni prima, di Netanel Shukrun, cittadino anche francese, attribuita dalle autorità israeliane a un militante di Hamas.
Parigi ha cercato rapidamente di chiudere l’incidente spiegando che Macron si riferiva al governo del territorio. Se questo era il senso delle sue parole, la differenza è sostanziale. Hamas governa Gaza dal 2007 e non ha mai governato la Cisgiordania. Confondere però il controllo politico di un territorio con la presenza e l’attività di un’organizzazione significa cancellare una parte essenziale della storia del conflitto.
Ed è proprio questa storia a rendere particolarmente infelice una frase pronunciata dal podio dell’ONU. Si può discutere duramente la politica israeliana in Cisgiordania, gli insediamenti, le operazioni dell’esercito e le violenze dei coloni. La discussione diventa assai più fragile quando, per sostenerla, si finisce per inciampare su fatti che quarant’anni di attentati hanno scritto con una chiarezza difficile da cancellare.