Home > Attualità > L’ONU allunga la lista nera delle aziende israeliane

L’ONU allunga la lista nera delle aziende israeliane

Altre 61 imprese inserite nel database delle attività legate agli insediamenti. Tra i nuovi nomi Tnuva, Burgeranch e Teperberg

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
L’ONU allunga la lista nera delle aziende israeliane
Iimmagine generata con AI

Sessantuno nuove aziende finiscono nel database dell’ONU dedicato alle imprese coinvolte in attività economiche connesse agli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Fra i nuovi nomi compaiono marchi molto conosciuti in Israele, da Tnuva (uno dei principali gruppi alimentari israeliani e storico produttore di latte e derivati) alla catena di fast food Burgeranch, fino alla cantina Teperberg.

L’aggiornamento riporta così al centro una delle iniziative più controverse dell’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, respinta con durezza da Israele.Il database nasce da una risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU nel marzo 2016, che incaricò l’Alto commissario di raccogliere i nomi delle imprese coinvolte in determinate attività economiche legate agli insediamenti nei Territori palestinesi, compresa Gerusalemme Est. La prima versione venne pubblicata nel 2020 e un aggiornamento del 2023 comprendeva 97 aziende.

Nell’ultimo esame sono state valutate 126 imprese. Sessantuno sono state aggiunte, mentre cinque precedentemente presenti sono state eliminate perché, secondo l’Ufficio dell’Alto commissario, non risultano più coinvolte nelle attività prese in considerazione. Il database arriva così a comprendere 214 società, in larghissima maggioranza israeliane.

Fra le nuove entrate figurano, oltre a Tnuva e Burgeranch, Africa Israel, Hagihon, la società che gestisce il servizio idrico di Gerusalemme, e la cantina Teperberg. La presenza di imprese che fanno parte della vita economica quotidiana israeliana rende l’aggiornamento particolarmente significativo e accresce le possibili conseguenze reputazionali e commerciali dell’iniziativa.

Il database, infatti, non equivale a una lista di aziende condannate per avere commesso un reato e non comporta automaticamente sanzioni. Si tratta di uno strumento predisposto dall’ONU per identificare società che, secondo i criteri stabiliti dal Consiglio per i diritti umani, partecipano a specifiche attività collegate agli insediamenti. L’Ufficio dell’Alto commissario richiama le imprese alla responsabilità di rispettare i diritti umani secondo i principi internazionali applicabili alle attività economiche.

La questione giuridica resta strettamente legata allo status degli insediamenti. Le Nazioni Unite e gran parte della comunità internazionale li considerano contrari al diritto internazionale. Israele contesta diverse premesse giuridiche e politiche utilizzate dagli organismi internazionali nell’affrontare la questione e ha respinto anche questo aggiornamento.

La reazione israeliana è stata durissima. La missione diplomatica a Ginevra ha definito il database una lista diretta contro imprese che, secondo Israele, non hanno commesso alcun illecito e ha invitato i Paesi amici a non assecondarne gli effetti. Il ministero degli Esteri ha attaccato direttamente il Consiglio per i diritti umani, accusandolo di applicare a Israele criteri che non vengono utilizzati in maniera analoga in altri conflitti territoriali.

È proprio questo uno dei punti centrali della contestazione israeliana. Il database è specificamente dedicato alle attività economiche connesse agli insediamenti israeliani e non costituisce un registro generale delle aziende operanti in tutte le aree del mondo interessate da occupazioni, dispute territoriali o accuse di violazioni dei diritti umani.

La sua forza, d’altra parte, non deriva da un potere sanzionatorio diretto. Il Consiglio per i diritti umani non può obbligare Tnuva a modificare le proprie attività né imporre a Burgeranch di chiudere un punto vendita. L’effetto può manifestarsi altrove, attraverso le decisioni di governi, amministrazioni, fondi d’investimento e aziende private. Esistono già amministrazioni che utilizzano l’inclusione nel database ONU come criterio nelle proprie politiche di approvvigionamento.

È qui che una lista priva di poteri coercitivi può acquistare un peso concreto. Essere inseriti in un documento ufficiale delle Nazioni Unite può incidere sulla reputazione internazionale di un’impresa e offrire uno strumento a campagne di boicottaggio o disinvestimento.

Per Israele il problema va quindi molto oltre le 61 società aggiunte. La battaglia riguarda il principio stesso sul quale il database è costruito e il rischio che un elenco nato all’interno di un organismo politico dell’ONU diventi progressivamente un parametro utilizzato da governi, investitori e istituzioni. Una lista che formalmente non impone nulla può finire, nella pratica, per pesare molto più di quanto lasci intendere il suo semplice aggiornamento.