Francesca Albanese è tutta indignata e la sindaca genovese Silvia Salis è tutta corrucciata. Davanti a proteste «cariche di dolore», denuncia la prima, ci si ostina a parlare di «vetrine rotte». Ma che volgarità e che insensibilità. Possibile che non si riesca a comprendere la sofferenza di un ragazzo costretto a sfondare il negozio di un poveraccio che lavora dodici ore al giorno? Per fortuna abbiamo sociologi, antropologi, intellettuali e relatrici speciali pronti a spiegarci che dietro ogni saccheggio si nasconde un grido d’aiuto, dietro ogni incendio una ferita sociale, dietro ogni refurtiva un bisogno di riconoscimento. La sindaca dice che non è giusto far pagare ai genitori dei casseurs perché quelli – i genitori – hanno già tanti problemi, ci manca pure che mandino loro il conto a casa dei danni provocati dai loro fanciulli.
Il commerciante che trova il negozio devastato, invece, è una figura sociologicamente trascurabile. Il suo dolore non interessa. Il mutuo, i dipendenti, la merce rubata, i risparmi di una vita sono dettagli piccolo-borghesi che rischiano di distrarci dalle grandi questioni dell’umanità.

