La Slovenia blocca un volo israeliano diretto a Lubiana per “ragioni politiche”. Non per motivi di sicurezza, non per una minaccia concreta, non per una violazione delle regole dell’aviazione civile. Per ragioni politiche. Tradotto: il passaporto sbagliato, nel momento sbagliato.
Naturalmente nessuno si sognerebbe di applicare lo stesso principio a un aereo cinese per i campi di rieducazione degli uiguri, a un aereo turco per l’occupazione di Cipro Nord o a un aereo qatariota per il sostegno ai Fratelli musulmani. L’indignazione selettiva è una disciplina olimpica e l’Europa vi eccelle da anni.
La cosa più interessante, però, è un’altra. Per decenni ci hanno spiegato che i trasporti, il commercio, gli scambi culturali e il turismo dovessero restare al riparo dalle guerre ideologiche. Oggi, invece, si celebra l’idea opposta: chiudere, escludere, isolare. Purché il bersaglio sia Israele.
È una forma di boicottaggio in giacca e cravatta. Non servono più i cartelli “vietato agli ebrei” ma basta una firma burocratica, una decisione amministrativa, una motivazione apparentemente neutra. Il risultato cambia poco. Le scale mobili dell’Europa continuano a salire verso la virtù esibita. Il problema è che, ogni tanto, riportano ai piani più bui della memoria.
Bidoni della spazzatura
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