Ramin Parsa potrà restare in Israele. Nato in Iran, fuggito dal regime degli ayatollah, diventato cittadino americano e attivista a sostegno di Israele, per tre anni e mezzo ha cercato di ottenere il riconoscimento del proprio status nel Paese dove vive con la moglie israeliana e il loro bambino. Alla fine è arrivato il via libera dell’Autorità per la popolazione e l’immigrazione, anche grazie all’intervento del suo connazionale Mike Huckabee, ambasciatore degli Stati Uniti in Israele.
Parsa ha ottenuto un permesso di soggiorno temporaneo della durata di un anno, al termine del quale la sua posizione verrà nuovamente esaminata. Una soluzione ancora provvisoria, dunque, che gli consente finalmente di vivere legalmente nel Paese e apre la strada alla possibilità di chiedere in seguito uno status permanente.
La sua vicenda comincia molto lontano da Israele. Parsa è nato in Iran e ha raccontato di essere stato perseguitato e torturato quando era ancora adolescente. Fuggito negli Stati Uniti, nel 2006 ha ottenuto lo status di rifugiato e nel 2014 la cittadinanza americana. Ex musulmano, negli anni successivi è diventato un attivista e conferenziere apertamente critico nei confronti della Repubblica islamica e sostenitore di Israele.
Proprio attraverso i social network ha conosciuto Yasmin, un’israeliana che seguiva la sua attività. Lei gli inviò un disegno dedicato alla solidarietà con il popolo iraniano e alla speranza di pace. Da quel primo contatto è nata una relazione. I due si sono sposati in California nel 2020 e successivamente si sono trasferiti in Israele. Hanno un figlio di circa due anni e aspettano il secondo.
A quel punto, però, la biografia di Parsa si è trasformata in un ostacolo. La sua nascita in Iran, Paese nemico di Israele, ha bloccato per anni la regolarizzazione, lasciandolo senza la possibilità di lavorare normalmente e senza alcuni diritti legati alla residenza. Una situazione paradossale per un uomo che aveva costruito una parte importante della propria attività pubblica proprio sulla denuncia del regime iraniano e sulla difesa dello Stato ebraico.
Dopo il 7 ottobre Parsa si è impegnato anche direttamente. Ha raccontato di aver cucinato pasti per circa 1.500 persone e di essersi messo a disposizione per aiutare Israele durante la guerra. «Amo Israele, sono sionista», aveva spiegato in un’intervista alla televisione israeliana, dichiarandosi disposto persino a prestare servizio nell’esercito se gli fosse stato chiesto.
Il rifiuto dell’Autorità per la popolazione ha portato la famiglia ad avviare una battaglia legale attraverso gli avvocati Tomer Warsha e Assaf Weitzen. Il tribunale distrettuale di Gerusalemme aveva ordinato all’amministrazione di riesaminare il caso, ma la richiesta era stata nuovamente respinta e i legali avevano presentato ricorso.
La svolta è arrivata nelle ultime settimane. Mike Huckabee, che conosce personalmente la famiglia, ha scritto al primo ministro Benjamin Netanyahu richiamando l’attenzione sull’attività svolta da Parsa in favore di Israele, sul valore della sua testimonianza contro il regime iraniano e sulla situazione umana della famiglia. Il documento è stato inserito dai legali nel procedimento e il direttore generale dell’Autorità per la popolazione e l’immigrazione, Boaz Yosef, ha infine concesso il permesso temporaneo.
Per Parsa la decisione significa anzitutto poter immaginare un futuro insieme alla propria famiglia. «Spero che la mia storia ricordi alle persone di guardare l’essere umano che sta dietro il passaporto», ha detto dopo aver ricevuto la notizia.
Poi ha scelto parole che in Israele hanno un significato particolare, prendendole dal Libro di Rut: «Il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio».
Dopo essere fuggito da un Paese nel quale Israele gli era stato indicato come nemico, Parsa vuole ora crescere lì i propri figli e contribuire alla società israeliana. Il permesso dura soltanto un anno e la sua posizione dovrà essere riesaminata. Dopo tre anni e mezzo trascorsi davanti agli uffici amministrativi e nelle aule giudiziarie, però, quella porta che sembrava destinata a rimanere chiusa si è finalmente aperta.