Le prossime elezioni israeliane si combatteranno anche su un fronte invisibile, dove l’avversario può fingersi un elettore di destra, un manifestante contro il governo, un attivista arabo o un familiare degli ostaggi. L’obiettivo è entrare nelle fratture della società israeliana e allargarle. L’Iran lo fa da anni e oggi dispone di strumenti assai più sofisticati, dall’intelligenza artificiale alle reti coordinate di account falsi. A poche settimane dall’avvio della campagna per la 26ª Knesset, il rischio di interferenze straniere è diventato ufficialmente un problema di sicurezza nazionale.
Alla fine di luglio la sottocommissione parlamentare per l’intelligence ha dedicato una riunione riservata proprio alla protezione delle elezioni, alla presenza del direttore dello Shin Bet David Zini e del presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg. Il presidente della sottocommissione, Boaz Bismuth, ha avvertito che la campagna elettorale sarà «un obiettivo primario per i nemici di Israele».
Il pericolo riguarda ormai molto più della sicurezza informatica tradizionale. Per anni si è temuto soprattutto che una potenza straniera potesse violare sistemi informatici, sottrarre dati o compromettere le infrastrutture elettorali. La minaccia che preoccupa oggi gli specialisti è diversa e viene indicata con l’acronimo FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference. Consiste nell’infiltrarsi nel dibattito pubblico, creare identità credibili, diffondere informazioni false o manipolate e soprattutto esasperare conflitti che esistono già.
David Siman-Tov, ricercatore dell’Institute for National Security Studies e dell’Institute for the Study of Intelligence Methodology, studia da anni le operazioni iraniane sulle reti sociali israeliane. Una ricerca dell’INSS dedicata alle attività condotte fra il 2020 e il 2022 ha mostrato un dato essenziale per comprenderne la logica. Gli operatori stranieri non hanno necessariamente interesse a sostenere una parte politica precisa. Cercano piuttosto di approfondire le divisioni interne e indebolire la società israeliana nel suo complesso.
L’Iran ha imparato rapidamente. Le prime operazioni erano relativamente facili da riconoscere, tradite da un ebraico incerto e da errori grossolani. L’intelligenza artificiale ha cambiato il quadro, permettendo di produrre testi plausibili, immagini e identità virtuali difficili da distinguere a prima vista da quelle di utenti israeliani autentici. Le campagne possono inserirsi nella protesta contro il governo, nel conflitto sulla leva degli haredim, nelle tensioni tra destra e sinistra o nella tragedia degli ostaggi. Il contenuto ideologico conta fino a un certo punto. Conta la capacità di provocare rabbia, paura e sfiducia.
Uno degli episodi più inquietanti ha superato la frontiera tra mondo virtuale e vita reale. Nell’aprile 2024 alla famiglia di Liri Albag, allora ostaggio di Hamas a Gaza, fu recapitata una corona funebre con un messaggio che dava per morta la ragazza e aggiungeva che «il Paese è più importante». Lo Shin Bet concluse che con elevata probabilità dietro la provocazione vi erano agenti iraniani. Persino il fioraio israeliano utilizzato per la consegna era stato ingannato da chi aveva effettuato l’ordine.
È precisamente questo passaggio a rendere l’interferenza difficile da neutralizzare. Una falsificazione fabbricata all’estero può essere ripresa in buona fede da israeliani autentici, oppure rilanciata consapevolmente perché utile alla propria battaglia politica. A quel punto l’origine straniera scompare e il messaggio comincia a vivere di vita propria dentro il sistema politico israeliano.
Il precedente che inquieta maggiormente gli esperti arriva dalla Romania. Nel dicembre 2024 la Corte costituzionale annullò le elezioni presidenziali dopo la sorprendente vittoria al primo turno di Călin Georgescu, candidato ultranazionalista e critico della NATO, emerso grazie a una formidabile campagna sui social. Documenti dell’intelligence desecretati indicarono una vasta operazione di influenza attribuita alla Russia e il voto fu ripetuto.
Israele ha cominciato a reagire anche sul piano legislativo. Il 16 luglio la Knesset ha approvato nuove disposizioni per le elezioni della 26ª legislatura che impongono di segnalare chiaramente determinati contenuti elettorali creati o modificati digitalmente, compresi quelli prodotti con l’intelligenza artificiale e capaci di apparire autentici. È un primo argine alla diffusione dei deepfake, destinato però a intervenire soltanto su una parte del problema.
La difficoltà maggiore resta infatti stabilire chi stia parlando. Una fotografia falsa può essere contrassegnata; molto più complicato è scoprire che dietro un profilo apparentemente israeliano opera una struttura collegata a Teheran, oppure capire quando un messaggio nato in una centrale straniera è ormai diventato materiale della normale propaganda politica.
Ed è qui che si giocherà una delle battaglie più delicate delle prossime elezioni. L’Iran ha scoperto che per colpire Israele non occorrono sempre missili e droni. Può bastare convincere gli israeliani che la voce che stanno ascoltando appartenga davvero a uno di loro.