Quando si pensa alla struttura del potere nella Repubblica Islamica dell’Iran, l’attenzione internazionale si concentra quasi sempre sulle capacità balistiche, sul programma nucleare o sull’influenza geopolitica del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, noto come Pasdaran o IRGC. Esiste tuttavia una dimensione molto meno visibile, altrettanto decisiva, che modella il destino della nazione: l’immenso impero economico controllato in modo diretto o indiretto dalle forze armate e dalle istituzioni para-statali.
Per comprendere a fondo l’Iran contemporaneo è indispensabile decifrare questo fitto legame che unisce le armi alla finanza di Stato, un tema sviscerato con grande chiarezza dall’esperto di economia iraniana Bijan Khajehpour in una sua recente analisi per la testata specializzata Amwaj.media.
Secondo la ricostruzione di Khajehpour, le radici di questo fenomeno non sono puramente ideologiche, ma risalgono a una precisa necessità pratica emersa alla fine della sanguinosa guerra tra Iran e Iraq, durata dal 1980 al 1988. Nel decennio successivo, durante la cosiddetta era della ricostruzione guidata dall’allora presidente Rafsanjani, il governo di Teheran si trovò a dover ricostruire un Paese devastato, con le casse pubbliche vuote, una drammatica carenza di capitali e un settore privato troppo debole o spaventato per farsi carico delle grandi opere infrastrutturali necessarie. In questo vuoto economico si inserirono i militari e, in particolare, le unità ingegneristiche dell’IRGC, tra cui il conglomerato ingegneristico Khatam al-Anbiya.
Queste strutture possedevano gli unici elementi organizzati rimasti intatti nel Paese: una manodopera disciplinata, una logistica imponente e una gerarchia efficiente. Lo Stato iniziò così ad affidare loro la costruzione di dighe, autostrade, ferrovie e impianti petroliferi, trasformando quella che doveva essere una misura d’emergenza in un modello strutturale permanente. La svolta è arrivata negli anni Duemila, attraverso un paradosso normativo evidenziato da Khajehpour.
Quando l’Iran ha tentato di avviare una campagna di privatizzazioni attraverso una nuova interpretazione dell’articolo 44 della propria Costituzione, il mercato non ha risposto come previsto. Poiché i normali cittadini e le imprese private non disponevano dei capitali necessari per acquistare le grandi industrie strategiche messe in vendita dal governo, lo Stato ha finito per cedere queste quote di controllo a fondi pensione pubblici, fondazioni cooperative e holding finanziarie strettamente collegate agli apparati di sicurezza. Questo processo non ha quindi generato una vera economia di mercato, ma ha semplicemente trasferito la ricchezza dal governo centrale a un immenso settore semi-statale e opaco.
A completare questo quadro vi sono i Bonyad, colossali fondazioni religiose e assistenziali nate subito dopo la Rivoluzione del 1979 per gestire i beni confiscati al vecchio regime dello Scià. Queste fondazioni gestiscono un’ampia gamma di attività, dagli hotel di lusso alle fabbriche di cemento fino alle aziende agricole, rispondono direttamente alla Guida Suprema e godono di enormi privilegi fiscali e normativi. Insieme alle aziende dei militari, esse formano il complesso militare-Bonyad, una rete parallela che controlla circa un terzo dell’intera economia nazionale.
Khajehpour sottolinea come questo blocco di potere economico finisca inevitabilmente per soffocare il vero settore privato iraniano, poiché le aziende indipendenti non possono competere con colossi che ottengono appalti senza gara e godono della protezione delle forze di sicurezza.
Tuttavia, l’analisi dell’esperto iraniano evidenzia che oggi questo modello si trova di fronte a una crisi senza precedenti. Sotto il peso delle sanzioni occidentali, dell’inflazione galoppante e della svalutazione della moneta interna, l’efficienza gestionale di queste holding parastatali è stata messa a dura prova. Persino all’interno della leadership di Teheran si avverte ora la necessità di imporre una maggiore trasparenza e una disciplina finanziaria più rigorosa per evitare che gli sprechi interni compromettano la stabilità del bilancio statale.
In conclusione, l’evoluzione tracciata da Bijan Khajehpour dimostra che l’Iran non si regge soltanto sulla forza militare, ma su una complessa e ramificata macchina commerciale. Per la diplomazia e per gli osservatori internazionali, decifrare i movimenti di questo complesso economico è una chiave essenziale per capire come si distribuiscono realmente il denaro e il potere all’interno della Repubblica Islamica.