C’è qualcosa di irresistibilmente comico nelle organizzazioni che passano il tempo a impartire lezioni morali al resto del mondo e poi, quando qualcuno apre i bilanci, scoprono di avere un rapporto piuttosto creativo con la sobrietà.
È il caso di Ekō, la sigla che ha acquistato una pagina sul Corriere della Sera per chiedere la sospensione degli accordi commerciali tra Unione Europea e Israele. Una campagna presentata come una nobile battaglia per la giustizia globale. Poi arrivano i numeri.
Nove milioni di dollari raccolti in donazioni. Circa la metà assorbita dagli stipendi. Trentotto dipendenti con una retribuzione media che supera i centomila dollari l’anno. Un direttore esecutivo che porta a casa oltre trecentomila dollari. Altri due milioni destinati a consulenze e servizi esterni.
Tutto perfettamente legale, s’intende. Però viene spontanea una domanda: quanti dollari arrivano davvero alle grandi cause umanitarie e quanti servono a mantenere l’industria dell’indignazione permanente?
Perché ormai esiste un settore economico che prospera grazie alle campagne morali, alle petizioni online e alle lezioni di etica distribuite a domicilio. E spesso il prodotto più redditizio non è la giustizia. È la giustizia come modello di business.
Prima di firmare l’ennesimo appello contro Israele, forse converrebbe leggere anche il bilancio di chi lo promuove. A volte i numeri raccontano storie molto più interessanti degli slogan.
Bidoni della spazzatura
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