Il New York Magazine celebra la nuova “Habibi City”, la New York della cultura araba e SWANA, delle kefiah nei jazz club, delle feste, dei ristoranti, della solidarietà con Gaza. Benissimo. New York è diventata New York proprio perché ciascuno vi ha portato qualcosa. Poi però si scopre che per appartenere a questo nuovo mondo bisogna considerare Gaza un genocidio, che un caffè deve precisare di essere “antisionista” se osa organizzare un dialogo tra un palestinese e un israeliano, e che persino il sionismo viene elencato accanto a xenofobia e islamofobia tra le minacce da affrontare.
Nel frattempo, nei primi sei mesi dell’anno, a New York sono stati registrati 178 crimini d’odio contro gli ebrei e 21 contro i musulmani. Più della metà di tutti i crimini d’odio della città ha avuto come bersaglio gli ebrei. La città multiculturale è una cosa meravigliosa. Quella in cui tutti hanno diritto alla propria identità tranne chi porta una kippah, parla ebraico o pensa che Israele abbia diritto di esistere ha un altro nome. E “Habibi City” è decisamente il più grazioso.