Venerdì 2 ottobre, davanti a Montecitorio, c’era un presidio contro il ddl sull’antisemitismo. Una legge pericolosa, spiegavano i promotori: rischia di confondere l’antisemitismo con la critica a Israele, di imbavagliare il dissenso, perfino di limitare la libertà di espressione. In piazza, tra i manifestanti, sono comparsi i vessilli di Hezbollah. Le Brigate Ezzedin al-Qassam di Hamas. La Jihad islamica palestinese. E anche i colori della Repubblica islamica dell’Iran. Bisogna riconoscerlo: difficilmente si sarebbe potuta organizzare una dimostrazione più efficace dell’utilità di discutere seriamente di antisemitismo.
Perché mentre dentro Montecitorio i deputati discutevano di definizioni, confini, libertà di critica e tutela dal pregiudizio antiebraico, fuori qualcuno aveva deciso di tagliare corto. Niente sottili distinzioni accademiche. Hamas, Hezbollah, Jihad islamica. Tutto in bella vista. Gli organizzatori della mobilitazione avevano persino precisato, nelle settimane precedenti, di rifiutare bandiere e simboli di Stati o organizzazioni responsabili di violazioni del diritto internazionale. Evidentemente il messaggio non era arrivato a tutti. Certe volte una bandiera spiega più di cento convegni.