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Gerusalemme, l’arte scende nelle profondità del 7 ottobre

La Biennale più grande di sempre riunisce oltre 250 artisti in 42 mostre. Guerra, ostaggi e memoria entrano nell’arte contemporanea ebraica

Alessandro Carmi

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Gerusalemme, l’arte scende nelle profondità del 7 ottobre
Iimmagine generata con AI

Un catino rituale sul quale compare ossessivamente la data del 7 ottobre insieme ai nomi delle persone uccise e rapite. Settanta autoritratti dipinti da un artista che ha trascorso lunghi periodi a Gaza come comandante di carri armati della riserva. Una serie di piccoli visori nei quali appaiono Emily Damari, i genitori di Hersh Goldberg-Polin e altre immagini diventate parte della memoria israeliana degli ultimi tre anni.

La Biennale di Gerusalemme 2026 si è aperta il 24 settembre portando la guerra dentro l’arte contemporanea ebraica. È la più grande edizione organizzata finora: oltre 250 artisti israeliani e internazionali, 42 mostre distribuite in 21 sedi della città, con un programma che proseguirà fino al 12 novembre.

Il titolo scelto, De Profundis, From the Depths, indica il percorso. Gli artisti sono stati invitati a interrogarsi su quanto accaduto dal 7 ottobre 2023 e sulla possibilità dell’arte di offrire uno spazio nel quale elaborare perdita, trauma, memoria e ricostruzione.
Una delle sedi principali è particolarmente significativa. È il vecchio edificio della Biblioteca Nazionale d’Israele nel campus di Givat Ram, lasciato tre anni fa quando l’istituzione si è trasferita nella nuova sede. Qui si trova la mostra Or Chozer (Reflected Light): An Active Vision, curata da David Sperber e Porat Salomon.

Il punto di partenza sono le monumentali vetrate realizzate tra il 1982 e il 1984 da Mordechai Ardon per l’ingresso della vecchia biblioteca. Ardon si era ispirato alla profezia di Isaia nella quale le spade vengono trasformate in aratri. Venti artisti contemporanei hanno costruito le proprie opere in dialogo con quelle vetrate. Quarant’anni dopo, il versetto biblico assume inevitabilmente un significato diverso in un Paese che porta ancora addosso le conseguenze della guerra.

Andi Arnovitz ha intitolato la propria installazione Isaiah’s Still Waiting, Isaia sta ancora aspettando. Attraverso alcuni View-Master compaiono disegni in bianco e nero ispirati agli ultimi tre anni, tra i quali l’ex ostaggio Emily Damari e Jon e Rachel Goldberg-Polin, genitori di Hersh, rapito al festival Nova e ucciso durante la prigionia a Gaza.

Ariana Litman ha costruito invece il proprio lavoro intorno alla ricerca di un linguaggio artistico possibile dopo il 7 ottobre. Sul suo catino rituale ha scritto ripetutamente quella data e i nomi delle vittime e degli ostaggi. Accanto ha disposto garze macchiate di rosso, richiamando anche l’origine del termine “garza”, legato storicamente a Gaza, importante centro medievale della produzione tessile.
Il pittore e regista Matan Sacofsky espone settanta autoritratti. La sua esperienza personale entra direttamente nell’opera: ha prestato servizio per diversi periodi come comandante di un carro armato della riserva a Gaza. Il suo primo film, Good Morning Gaza, sarà inoltre trasmesso dalla televisione israeliana in coincidenza con il terzo anniversario del massacro.

Il rapporto con il 7 ottobre attraversa anche artisti della diaspora. Un progetto proveniente dalla comunità ebraica di Portland, in Oregon, affronta il lutto e le discussioni sviluppatesi negli Stati Uniti sull’identità ebraica e sul senso di appartenenza. Kim Goldberg, artista di Omaha, presenta lavori realizzati con inchiostro e acquerello e ha utilizzato la stessa tecnica in laboratori organizzati con sopravvissuti del Nova Festival durante numerosi viaggi in Israele.

La Biennale esce inoltre dalla vecchia Biblioteca Nazionale e occupa Gerusalemme. Alla Torre di Davide sarà presentata dal 12 ottobre una nuova installazione video e sonora di Yehudit Sasportas, docente alla Bezalel Academy e artista attiva tra Israele e Germania. Il lavoro mette insieme mine di argilla, suoni registrati in una foresta tedesca.