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Gaza, l’IDF pubblica i dossier su 170 «giornalisti» legati ai gruppi armati

Secondo l’esercito israeliano, 118 appartenevano ad Hamas e 49 alla Jihad islamica. Diciassette avrebbero partecipato all’attacco del 7 ottobre

Alessandro Carmi

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Gaza, l’IDF pubblica i dossier su 170 «giornalisti» legati ai gruppi armati
Iimmagine generata con AI

Centosettanta palestinesi di Gaza presentati durante la guerra come giornalisti o operatori dei media avrebbero ricoperto anche ruoli nelle strutture militari di Hamas, della Jihad islamica palestinese e di altri gruppi armati. È quanto sostiene l’IDF, che il 1° ottobre ha reso pubblica una banca dati con nomi, fotografie, appartenenza organizzativa e, in numerosi casi, documenti che secondo l’esercito dimostrano l’attività svolta all’interno delle organizzazioni. La questione è destinata a riaprire una delle polemiche più aspre della guerra di Gaza, quella sull’elevatissimo numero di giornalisti uccisi.

Secondo i dati israeliani, 118 dei 170 facevano parte dell’ala militare di Hamas, 49 della Jihad islamica, due dei Comitati di resistenza popolare e uno delle Brigate dei Mujahideen. Diciassette avrebbero inoltre attraversato il confine israeliano il 7 ottobre 2023. Fra i ruoli indicati compaiono comandanti, uomini dell’intelligence, cecchini, addetti alle operazioni e alla propaganda militare. L’IDF afferma di avere ricostruito queste appartenenze attraverso materiale sequestrato a Gaza e documenti prodotti dagli stessi gruppi armati.

Il dato più delicato riguarda il rapporto fra attività militare e lavoro giornalistico. Nell’elenco figurano infatti persone che avevano collaborato con grandi organizzazioni internazionali dell’informazione, fra cui Reuters, Associated Press, CNN, BBC, AFP, Le Monde e ABC Australia. Uno dei casi indicati è quello di Hassan Aslih, fotografo freelance che aveva fornito immagini ad AP e CNN e che, secondo l’IDF, apparteneva al battaglione di Khan Yunis di Hamas e partecipò all’incursione del 7 ottobre.

La pubblicazione israeliana arriva pochi giorni dopo una revisione compiuta autonomamente dal Committee to Protect Journalists, elemento importante perché consente di separare almeno una parte della questione dalle sole affermazioni dell’esercito israeliano. Il CPJ ha riesaminato 229 casi relativi a giornalisti e operatori dei media uccisi tra l’ottobre 2023 e l’agosto 2026, eliminandone 22 dalla propria banca dati, reintegrandone sei e riclassificandone dodici. L’organizzazione aveva avviato la verifica dopo che Hamas e Jihad islamica avevano pubblicato necrologi nei quali alcuni uomini precedentemente classificati come giornalisti venivano indicati come combattenti.

Il CPJ precisa che la propria metodologia esclude da sempre dalle statistiche chi risulta coinvolto nei combattimenti e ribadisce, al tempo stesso, che le forze israeliane restano responsabili della grande maggioranza delle morti di giornalisti e operatori dei media documentate dall’organizzazione dall’inizio della guerra. Sono due elementi che devono essere tenuti insieme se si vuole capire la portata della controversia.
Resta inoltre una distinzione essenziale. L’appartenenza o la vicinanza a un’organizzazione armata, da sola, non basta a privare un giornalista della protezione riconosciuta ai civili dal diritto internazionale umanitario; decisiva è la partecipazione diretta alle ostilità. Proprio per questo la documentazione relativa ai singoli casi assume un peso ben maggiore delle cifre complessive.

Ed è qui che la nuova banca dati israeliana apre una questione difficile da eludere. Per quasi tre anni il numero dei giornalisti morti a Gaza è stato utilizzato come uno degli indicatori della natura della guerra e delle responsabilità israeliane. Le verifiche del CPJ dimostrano ora che almeno una parte delle classificazioni iniziali era errata e che alcuni degli uomini conteggiati come operatori dell’informazione avevano preso parte ai combattimenti. La documentazione pubblicata dall’IDF amplia enormemente questa contestazione e dovrà essere esaminata caso per caso.

La guerra delle cifre, insomma, entra in una fase nuova. E dietro ogni numero torna a esserci la domanda che avrebbe dovuto accompagnarlo fin dall’inizio: chi era davvero la persona che quel numero rappresentava?