Motaz Azaiza, uno dei fotografi palestinesi più conosciuti al mondo dopo il 7 ottobre, ha ammesso di aver ripreso ostaggi israeliani mentre venivano picchiati e di avere deliberatamente tenuto nascoste quelle immagini per evitare che Israele potesse identificare gli aggressori. Un’ammissione destinata a sollevare interrogativi che vanno ben oltre la vicenda personale del fotografo e investono il modo in cui una parte dell’informazione proveniente da Gaza è stata prodotta, selezionata e trasmessa all’esterno.
Azaiza ne ha parlato in una lunga intervista al podcast arabo Taqarob, condotto dal giornalista Ahmad al-Biqawi. Il 7 ottobre 2023, ha raccontato, vide un veicolo delle Brigate al-Qassam con a bordo israeliani sequestrati. Lo seguì con la macchina fotografica e riprese alcune persone mentre si avvicinavano agli ostaggi e li colpivano. Decise però di non pubblicare il materiale perché temeva che i sistemi israeliani di riconoscimento facciale consentissero di individuare chi compariva nelle immagini, esponendolo alla successiva eliminazione da parte dell’IDF.
Il punto, dunque, riguarda una scelta consapevole. Un fotoreporter presente davanti a un fatto di enorme rilevanza documentaria decide quali immagini il mondo possa vedere e quali debbano restare nascoste, assumendo esplicitamente tra i criteri della propria decisione la protezione degli aggressori.
Azaiza, che ha lasciato Gaza nel gennaio 2024 trasferendosi in Qatar, descrive inoltre un ambiente mediatico nel quale fotografi e giornalisti sarebbero sottoposti a fortissime pressioni quando il loro lavoro rischia di mettere in difficoltà Hamas. Racconta che gli operatori hanno imparato ad abbassare la telecamera quando qualcuno comincia a criticare il movimento islamista. Pubblicare quelle parole, sostiene, può significare diventare immediatamente un bersaglio.
È quanto sarebbe accaduto a lui dopo aver diffuso un video nel quale si sentiva un civile inveire contro Hamas. Azaiza racconta di essere stato investito da una campagna organizzata di attacchi e insulti. Il meccanismo passerebbe anche attraverso un gruppo WhatsApp chiamato “Smart”, nel quale, secondo il fotografo, si trovano praticamente tutti i giornalisti di Gaza e che sarebbe gestito dall’apparato mediatico di Hamas. Informazioni personali e numeri telefonici di chi viene preso di mira sarebbero diffusi nel gruppo, accompagnati dall’invito agli attivisti online a scatenarsi contro il bersaglio.
Precedenti ricostruzioni giornalistiche avevano già segnalato l’esistenza di “Smart Media” e indicato come suo amministratore Wael Abu Omar, già responsabile dei media al valico di Rafah. Le dichiarazioni di Azaiza aggiungono però un elemento particolarmente significativo perché provengono dall’interno dello stesso ambiente dell’informazione palestinese.
Il fotografo è tutt’altro che una figura marginale. Le sue immagini delle vittime e delle distruzioni provocate dalla guerra sono state diffuse dai maggiori media internazionali, il suo profilo Instagram ha raggiunto milioni di persone e nel 2024 Time lo ha inserito tra le cento personalità più influenti dell’anno. Proprio questa notorietà rende le sue parole difficili da liquidare.
Azaiza rivolge inoltre accuse molto dure alla leadership di Hamas. Continua a dichiararsi favorevole alla resistenza armata, ma sostiene che l’attacco del 7 ottobre abbia portato ai palestinesi morte e devastazione, senza che Hamas avesse predisposto alcuna reale protezione per la popolazione civile. Si domanda perché condizioni oggi prese in considerazione dal movimento non siano state accettate già nei primi giorni della guerra, evitando un prezzo umano enorme.
Resta infine la domanda più scomoda. Se un fotografo di fama internazionale riconosce apertamente di aver sottratto alla pubblicazione immagini del 7 ottobre per proteggere gli autori delle violenze e racconta che a Gaza i reporter imparano a spegnere le telecamere quando qualcuno critica Hamas, occorre chiedersi quale porzione della realtà della Striscia sia arrivata davvero al pubblico occidentale. E, soprattutto, quanta sia rimasta fuori dall’inquadratura.