La tessera della Federazione Nazionale della Stampa fa parte di un mosaico. Anzi, di un anti-mosaico, da quando il 9 settembre 2026 il sindacato dei giornalisti è legittimamente sceso in piazza per protestare contro la legge sull’antisemitismo in discussione alla Camera dei deputati. Quel giorno, davanti a Montecitorio, c’erano anche le bandiere di Hamas, di Hezbollah e della Repubblica Islamica iraniana e qualche signora intonava un coretto di esaltazione dei due movimenti terroristici, le cui strofe terminavano con un «lunga vita a Nasrallah», come ha documentato con una videocronaca il quotidiano Il Foglio.
Per due settimane ho atteso una presa di distanza degli organizzatori o anche solo dei partecipanti, prima di rendere pubblico che il giorno successivo alla manifestazione avevo deciso di abbandonare l’Associazione Lombarda dei Giornalisti, federata alla Fnsi.
In primo luogo, perché mi vergogno di appartenere a un organismo che, mentre critica la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), manifesta insieme ai sostenitori di chi ha pianificato una nuova Shoah il 7 ottobre del 2023, da due decenni produce e diffonde propaganda antiebraica attraverso le scuole e le tv (cfr. Media e Oriente. Storia e controcronaca delle televisioni islamiche dal pulpito di al-Jazeera alle notizie senza velo di al-Arabiya, dai cartoon kamikaze ai reality coranici, alla propaganda americana accesa da al-Hurra. Ovvero come i satelliti divennero scimitarre e le parabole scudi nell’ultima guerra santa dei palinsesti, Mursia, Milano 2011, a firma mia e di Hamza Boccolini). Hamas incita allo sterminio e al martirio suicida e poi invoca pure la libertà d’espressione perché il testo all’esame del Parlamento negherebbe il diritto a criticare Israele. Ho provato a spiegare ad alcuni colleghi e dirigenti sindacali che il dibattito all’interno dello Stato ebraico è decisamente più aperto che sulla stampa italiana e non so se sono stato capito. Qualcosa li acceca e li assorda. Ma, se non c’è riuscita Oriana Fallaci con il suo articolo Sull’antisemitismo del 2002, un quarto di secolo dopo rimangono poche speranze di far ragionare i vertici della categoria.
Se i giornalisti sono in attesa dal 2016 del rinnovo contrattuale, a mio giudizio, è perché le loro rappresentanze sprecano tempo in pagliacciate pro-pal fuori dai palazzi invece di sollecitare le istituzioni a intervenire ai tavoli delle trattative con gli editori. L’impressione è che gli interlocutori preferiti del sindacato siano le associazioni che esprimono solidarietà coi tagliagole, mentre il governo pare piuttosto una presenza ostile e non riconosciuta dalle gerarchie, più o meno come “l’entità sionista” per gli estremisti palestinesi.
In secondo luogo, voglio evitare che, al prossimo episodio – quod Deus avertat – di violenza nei confronti di un ebreo, qualcuno ne approfitti per accanirsi sul capro espiatorio. Lo ha già tempestivamente fatto Elly Schlein, annunciando la contrarietà del Pd alla legge sull’antisemitismo proprio il giorno stesso della manifestazione Milano “Indossa la Kippah”, che si è svolta nel capoluogo lombardo il 22 settembre 2026 per reagire all’aggressione nei confronti di un rabbino. Perché quel giorno, se qualcuno decidesse di difendere il diritto di parola mediante una croce uncinata, una copia dei Protocolli dei Savi di Sion o di Mein Kampf, long-seller nel mondo arabo e livre de chevet nei tunnel di Gaza, sarebbe troppo tardi.