Home > Attualità > Ein Yabroud, il video che ribalta l’accusa contro i coloni

Ein Yabroud, il video che ribalta l’accusa contro i coloni

Un incendio attribuito agli israeliani, rilanciato dai media palestinesi, viene ricostruito dalle immagini di un drone che mostrano un’origine completamente diversa

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Ein Yabroud, il video che ribalta l’accusa contro i coloni
Iimmagine generata con AI

Per quasi due giorni la storia sembrava già scritta. Domenica 4 ottobre un incendio aveva devastato un deposito di automobili sulla strada di Bir Abu Khashaba, tra Silwad ed Ein Yabroud, a est di Ramallah. La responsabilità era stata immediatamente attribuita a coloni israeliani e l’accusa aveva cominciato a circolare sui media e sui social palestinesi, fino a essere ripresa anche fuori dai Territori. Poi sono arrivate le immagini.

Un drone aveva infatti ripreso l’intera sequenza dell’incendio nei pressi di Kfar Ana, un piccolo insediamento israeliano della regione di Binyamin, tra Beit El e Ofra. Secondo la ricostruzione diffusa il 6 ottobre da diversi media israeliani, alcuni palestinesi provenienti da Ein Yabroud avevano raggiunto la strada di accesso all’insediamento, dove avevano ammassato pneumatici e materiale infiammabile creando un blocco stradale, quindi avevano appiccato il fuoco.

Le fiamme, alimentate dal materiale incendiato, si erano però propagate rapidamente oltre il punto previsto, raggiungendo il vicino deposito palestinese di automobili. Il rogo era ormai fuori controllo. Nelle immagini diffuse successivamente si vedrebbero anche alcuni uomini tentare di arginarlo prima di allontanarsi.

La prima versione aveva già imboccato un’altra strada. Il 4 ottobre WAFA, l’agenzia ufficiale palestinese, aveva riferito che alcuni coloni avevano dato fuoco al deposito, citando fonti locali. La notizia era stata ripresa da altri organi d’informazione palestinesi e, il giorno successivo, anche da testate israeliane che avevano correttamente presentato l’attribuzione come proveniente dai media palestinesi. In quel momento mancava ancora la documentazione destinata a modificare la ricostruzione dell’accaduto.

Gli abitanti di Kfar Ana sostengono di avere avvertito le forze di sicurezza israeliane subito dopo l’incendio e affermano che gli autori erano riusciti nel frattempo ad allontanarsi. Quando il filmato del drone è stato reso pubblico, hanno accusato i media di aver accolto con eccessiva rapidità una versione dei fatti priva di verifica.

È questo l’aspetto dell’episodio che va oltre il rogo di Ein Yabroud. La violenza compiuta da estremisti israeliani in Giudea e Samaria esiste ed è stata documentata in numerose occasioni dalle autorità israeliane e da organismi internazionali. Proprio per questo ogni singolo caso richiede accertamenti rigorosi. Attribuire automaticamente un incendio, un’aggressione o un danneggiamento ai coloni prima di disporre di elementi sufficienti finisce per confondere fatti provati, denunce ancora da verificare e accuse che possono rivelarsi infondate.

A Ein Yabroud la presenza di una telecamera ha consentito di ricostruire una sequenza che le prime informazioni disponibili avevano raccontato in modo opposto. Senza quelle immagini, l’incendio del deposito sarebbe probabilmente rimasto registrato come l’ennesimo episodio di violenza commesso da israeliani contro proprietà palestinesi.

In una zona dove ogni incidente entra immediatamente nel conflitto politico e mediatico, pochi minuti possono bastare perché un’accusa faccia il giro del mondo. Per correggerla, qualche volta, servono giorni. E soprattutto serve che qualcuno abbia acceso una telecamera.