La nuova frontiera strategica di Israele è sotto il mare. L’arrivo ad Haifa dell‘INS Drakon, sesto sottomarino della Marina israeliana e terza unità della classe Dolphin dotata di propulsione indipendente dall’aria, coincide con una profonda revisione della dottrina navale del Paese. Costruito in Germania da TKMS e partito da Kiel il 1° settembre, il Drakon è lungo più di 70 metri, circa il 30 per cento più grande dei primi Dolphin e potrà rimanere immerso per periodi molto prolungati grazie al sistema AIP.
La sua importanza, tuttavia, si comprende guardando la carta geografica più che la scheda tecnica. Israele dipende dal mare per circa il 98 per cento del proprio commercio e si trova oggi davanti a minacce che vanno dal Mar Rosso al Mediterraneo orientale, fino allo Stretto di Hormuz. Gli Houthi hanno dimostrato quanto sia possibile condizionare una delle grandi arterie commerciali mondiali controllando di fatto l’accesso meridionale al Mar Rosso attraverso Bab el-Mandeb. Il precedente preoccupa Gerusalemme perché trasforma il blocco delle rotte marittime da ipotesi teorica in strumento concretamente utilizzabile contro Israele.
C’è poi la Turchia. Ankara dispone attualmente di dodici sottomarini e punta ad aggiungerne altri sei nei prossimi anni, all’interno della dottrina della “Patria blu”, che assegna al controllo del mare un ruolo centrale nella proiezione della potenza turca. Per una Marina israeliana numericamente molto più piccola, l’espansione della flotta turca impone una riflessione che va ben oltre i rapporti diplomatici contingenti tra i due Paesi.
Il Drakon è stato concepito molto prima del 7 ottobre, ma arriva in un Israele diverso. Dal massacro del 2023 i sottomarini israeliani hanno accumulato circa 10 mila ore di navigazione all’anno e la Flottiglia 7 ha operato, secondo fonti della sicurezza citate da Ynet, in quattro teatri nei quali Israele non aveva mai agito in precedenza. Almeno due unità sarebbero costantemente in mare. Le missioni comprendono raccolta di intelligence e capacità d’attacco, comprese operazioni nel Mar Rosso contro gli Houthi.
La Marina sta preparando per questo una trasformazione più ampia. Il comandante, generale Eyal Harel, ha avviato un gruppo di lavoro incaricato di elaborare entro la fine dell’anno una nuova concezione della sicurezza marittima. Rafforzamento dell’intelligence, aumento delle unità disponibili, capacità clandestine, mezzi autonomi e cooperazione internazionale sono i cardini del progetto. L’obiettivo riguarda anche la protezione delle infrastrutture invisibili sulle quali viaggia una parte essenziale della vita contemporanea, a cominciare dai cavi sottomarini di comunicazione, già diventati altrove obiettivi della guerra ibrida.
La costruzione di una forza del genere richiede però tempi lunghissimi. Il Drakon fu ordinato quattordici anni fa e diventerà pienamente operativo soltanto dopo l’installazione in Israele di ulteriori sistemi. Nel frattempo è già iniziata in Germania la costruzione della futura classe Dakar, composta da tre sottomarini di nuova generazione, la cui prima consegna è prevista all’inizio degli anni Trenta. TKMS definisce il Drakon una delle unità più complesse mai realizzate dall’azienda.
È questa distanza tra il tempo necessario per costruire la potenza militare e la velocità con cui cambia il Medio Oriente a spiegare l’urgenza israeliana. Un alto responsabile della sicurezza ha avvertito che la Marina oggi riesce a rispondere alle minacce, mentre l’immobilità aprirebbe progressivamente un divario con le capacità degli avversari.
Il Drakon arriva dunque ad Haifa come una macchina militare e insieme come il segnale di un cambiamento. Per decenni la superiorità israeliana è stata identificata soprattutto con il cielo. Le guerre degli ultimi anni stanno obbligando Israele a guardare sempre più lontano, verso Hormuz, Bab el-Mandeb e il Mediterraneo orientale. E sempre più in profondità.