Boy George tornerà a cantare in Israele. Il 4 novembre la star britannica salirà sul palco della Menora Mivtachim Arena di Tel Aviv, scegliendo ancora una volta un Paese che molti artisti internazionali hanno cancellato dalle proprie tournée. Un ritorno che assume un significato particolare dopo quasi tre anni nei quali il cantante dei Culture Club ha espresso pubblicamente la propria vicinanza a Israele e agli ebrei, anche quando farlo significava esporsi alle critiche e alle campagne di boicottaggio.
Il concerto, annunciato in queste ore, dovrebbe svolgersi con il palco collocato al centro dell’arena e una disposizione a 360 gradi. Per gli organizzatori di Live Nation Israel, Guy Besser e Shay Mor Yosef, si tratta anche di un segnale importante per un settore che dal 7 ottobre 2023 ha visto ridursi drasticamente la presenza delle grandi star straniere. La vendita dei biglietti è prevista a partire da mercoledì 23 settembre, con prezzi annunciati fra 280 e 799 shekel.
George Alan O’Dowd, questo il vero nome di Boy George, ha con Israele un rapporto che precede di molti anni la guerra in corso. Nel 2017 si esibì con i Culture Club proprio alla Menora Mivtachim Arena, resistendo alle pressioni del movimento BDS. Durante quel concerto indossò un vistoso abito decorato con stelle di David e cantò insieme a Dana International. Dal palco liquidò senza troppi riguardi quanti gli avevano suggerito di evitare Israele, rivendicando il diritto di scegliere personalmente dove esibirsi.
Dopo il 7 ottobre quel rapporto è diventato ancora più esplicito. Il 26 luglio scorso Boy George ha diffuso sui propri social We Will Dance Again, accompagnandola con il titolo ebraico Od Nirkod. Il riferimento è al motto diventato simbolo dei sopravvissuti al massacro del Nova Festival. Il brano prende posizione sulla guerra seguita all’attacco di Hamas e contiene una frase inequivocabile, «I stand with the Jews», che ha attirato critiche e polemiche nel mondo musicale internazionale.
L’origine della canzone è legata anche alla visita di Boy George alla mostra dedicata al Nova e all’incontro con alcuni sopravvissuti. Il cantante ha raccontato di avere riconosciuto in quel luogo qualcosa del proprio mondo, quello dei festival e della musica dal vivo, trasformato il 7 ottobre in teatro di una strage. A luglio, parlando dei propri rapporti con la comunità ebraica, aveva spiegato che la solidarietà verso gli amici ebrei e verso Israele resta per lui una scelta personale, pur dichiarando di provare compassione anche per i palestinesi.
Poche settimane fa, il 9 settembre, We Will Dance Again ha avuto la sua prima esecuzione pubblica al Temple Sholom di Vancouver, davanti a circa 800 persone. Boy George ha ricordato le vittime del Nova e gli ostaggi, ha raccontato la genesi del brano e ha ribadito il proprio legame con Israele. Alla fine della serata gli è stato consegnato uno shofar come riconoscimento per il sostegno mostrato alla comunità ebraica dopo il 7 ottobre.
Il suo ritorno a Tel Aviv acquista così un peso che supera quello di una data nel calendario musicale. In una stagione nella quale il boicottaggio culturale di Israele è diventato terreno di mobilitazione per gruppi e artisti internazionali, Boy George ha scelto di continuare a presentarsi davanti al pubblico israeliano. Lo aveva fatto prima del 7 ottobre, quando le pressioni del BDS erano già forti. Lo farà di nuovo il 4 novembre, dopo una guerra che ha reso quella scelta molto più esposta e controversa.
Per un artista che ha costruito buona parte della propria carriera rivendicando il diritto di sottrarsi alle convenzioni, forse è persino coerente. Boy George continua ad andare dove decide lui. E questa volta la destinazione è Tel Aviv.